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IL SALE - N.°101


 

 

 

foglio pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario

 

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anno 10  –  numero 101 – Febbraio 2010

 

 

 

 

 

 

 

 www.ilsale.net                                            e-mail: scriviailsale@libero.it

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Sommario

 

                                                       di Larry Gambone  (traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

 

                                               di Antonio Mucci

 

                                               di Carmelo R. Viola

                       

                                                        di Fernando Italo Schiappa

 

                                                        di Moreno Pasquinelli

 

                                      di Lucio Garofalo

 

                                                        presentato da Aurelio Fabiani

 

                                                        di Luciano Martocchia   

 

                                                         presentato da Marco Fars

 

                                                        de “Il Sale”

 

 

 

 

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la pagina di Diderot

 

autoflagellazione

 

Tafazzi, la simpatica macchietta satirica televisiva  che si auto flagellava i cosiddetti strillando come un ossesso , uno dei massimi simboli comici del masochismo, rappresenta alla perfezione l'atteggiamento più diffuso e tipico della sinistra italiana.
Il tafazzismo  della Sinistra è ritornato prepotentemente in auge,

Le elezioni amministrative primarie pugliesi  per scegliere il candidato del centrosinistra alla regionali  tra il giovane economista Francesco Boccia e il governatore uscente Nichi Vendola sono state vinte nettamente da Vendola, con il 73% delle preferenze e questo ha dimostrato come in situazioni contingenti esiste la capacità di unificarsi e di saper portare avanti un comune progetto politico.

 

Ma non altrettanto possiamo dire al contrario, quando in altre regioni cambia lo scenario e la rappresentatività sembra convergere verso altre componenti della sinistra , come sta accadendo in Toscana dove  Sinistra Ecologia e Libertà rifiuta di andare alla formazione di liste unitarie, decretando e facendo prevedere  sin da ora la sconfitta elettorale che, come ben sappiamo dal 2008 ci perseguita.

 

Il simbolo di Sinistra e Libertà ora Sinistra Ecologia e Libertà , ossia  i fuoriusciti di Rifondazione che fan capo a Nichi Vendola  ( dalla serie originaria e primordiale , “se vinco il congresso OK, se perdo spacco il partito” )  rappresenta un ennesimo tentativo di mescolare le carte e preparare ulteriori scissioni, visto che hanno inutilmente sottratto alla Sinistra un buon trepercento …..sprecandolo, in media con la tendenza nazionale  cancellando per due volte dalla scena  la sinistra nella sua sede naturale parlamentare, prima nazionale e poi europea.

Infatti Rifondazione Comunista con il PdCI e Sinistra e Libertà insieme hanno fatto il 6,5 percento  ( superiore all’UDC di Casini ),  e potevano dimostrare uniti, di aver voltato pagina rispetto al passato 2008, invece non è accaduto e lo scenario sembra ripetersi.

Il grande Eduardo recitava, “A da finì ‘a nuttata” , invece la nottata continua e continuerà a lungo.

A sentire qualcuno dei vendoliani, il loro 3, 1 percento   è solo l’inizio per un percorso comune…..che miopia , si sono suicidati, hanno fatto un danno irreparabile a tutti  e non l’hanno capito..   altro che martellate tafazziane  sui santissimi. Tra un po’ non li sentiremo più, confluiranno nel PD, se faranno ancora in tempo prima del suo scioglimento e nuova scissione, come dimostrano gli abbandoni di Rutelli prima e Binetti dopo.

 

Se Vendola sarà riconfermato governatore in Puglia non sarà perché il suo progetto politico  è vincente , ma solo perché si dimostrerà che nelle realtà locali  solo unitariamente, insieme a tutte le componenti della Sinistra,  si potrà costruire un sistema alternativo al berlusconismo eversivo ormai dilagante..

In Abruzzo con l’arresto del Governatore Del Turco per lo scandalo e corruzione sulla sanità, Pescara con l’arresto del Sindaco Luciano D’Alfonso per corruzione e  lo scandalo degli appalti , hanno dimostrato come il PD abbia applicato  la retorica berlingueriana dandone versioni  furbette e spocchiose circa la  questione morale con  la convinzione di quegli ex comunisti, nel loro zelo fideistico, di essere i migliori, l'avanguardia depositaria delle risposte giuste per la società. E con questa premessa gli eredi hanno fatto man bassa delle casse dello Stato.

 

Ed è questa situazione perdente  subalterna al progetto eversivo della destra berlusconiana che spinge il PD a cercar di risalire la china attingendo  voti al serbatoio della Sinistra, fomentando scissioni e cercando di attirare alla loro orbita esponenti storicamente avulsi al loro sistema di potere.

 

 Diderot

 

 

 

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Le associazioni di quartiere - un'esperienza personale

L'associazionismo di quartiere è un ambito importante per il coinvolgimento degli anarchici. Tra gli organismi a carattere popolare, come i sindacati o le cooperative, queste associazioni sono le più  facili in cui inserirsi. La ragione sta nell'assenza di burocrazia o di quel ceto addetto al controllo burocratico con cui ci si ritrova a dover fare i conti in altre situazioni. Le associazioni di quartiere sono luogo naturale per il coinvolgimento di militanti che sono pensionati, studenti, lavoratori in proprio o fruitori dell'assistenza sociale.


Le associazioni di quartiere - un'esperienza personale

di Larry Gambone

 

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Faccio parte di una associazione di quartiere da 3 anni. In questo periodo, ho dato una mano nel tenere pulito il quartiere, nella raccolta di fondi, nelle riunioni con oltre 400 residenti, nell'arte pubblica e nella collocazione di cassonetti dipinti. Ha avuto successo una campagna per mettere fine al nocivo inquinamento provocato da un'industria locale. Il Miner's Heritage Picnic ha visto la partecipazione di circa 1000 persone nel 2008. Attualmente siamo impegnati in un progetto di quartiere che punta a preservarne le caratteristiche operaie ed a ricostruire gran parte di quella comunità che è andata perduta a causa degli affari legati all'apertura di grandi ipermercati nelle periferie della città. Gran parte delle cose che facciamo si basa sull'azione diretta. Non chiediamo nessuna autorizzazione, facciamo e basta.

 
Due anni fa sono stato eletto nell'esecutivo dell'associazione. Le occasioni in cui mi trovo a fare da portavoce oppure a svolgere un ruolo dirigente sono solo quelle in cui entrano in gioco talune mie personali capacità  necessarie all'attività dell'associazione.  Mi impegno a mantenere un contesto di approccio comune all'interno dell'associazione.Ho dato una mano a costruire un blog ed una newsletter dell'associazione che hanno avuto un grande successo. Grazie alle mie competenze storiografiche ho potuto allestire la mostra di fotografie del Miner's Heritage e ristampare l'opuscolo del 1913 della BC Federation of Labour sul Grande Sciopero del Carbone del 1912. Il mio prossimo obiettivo è quello di mettere su un "dipartimento di documentazione" per ricerche e per pubblicazioni di interesse per il quartiere.

L'associazionismo di quartiere è un ambito importante per il coinvolgimento degli anarchici. Tra gli organismi a carattere popolare, come i sindacati o le cooperative, queste associazioni sono le più  facili in cui inserirsi. La ragione sta nell'assenza di burocrazia o di quel ceto addetto al controllo burocratico con cui ci si ritrova a dover fare i conti in altre situazioni. Le associazioni di quartiere sono luogo naturale per il coinvolgimento di militanti che sono pensionati, studenti, lavoratori in proprio o fruitori dell'assistenza sociale.

L'associazione dà voce in modo coordinato al quartiere, crea dialogo e così facendo contribuisce alla ricostruzione della comunità. Laddove tali associazioni non esistono, ecco che la paura oppure pregiudizi strumentalizzati possono dividere la popolazione, incoraggiare l'ostilità verso le minoranze o anche impedire che si sviluppino positività all'interno della comunità. Laddove già esiste un'associazione, essa può prevenire tali ostilità ed indirizzare il quartiere verso una direzione costruttiva.

Ne parlo con cognizione di causa. Nel quartiere adiacente al nostro non c'era nessuna associazione. Un tentativo di creare una mensa per i poveri era stata contrastata da una minoranza che agitava timori verso un arrivo di drogati e di senza dimora. Nel nostro quartiere un vecchio hotel è stato convertito in uno spazio di accoglienza controllato per tossicodipendenti e persone con patologie mentali. Qualcuno ha

 

 

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cercato di bloccare tutto principalmente a causa della paura, ma la nostra associazione è riuscita a ristabilire la calma ed a svolgere un effetto moderatore sul quartiere.

 Le ragioni per cui ho aderito alla associazione del mio quartiere sono le stesse di tutti gli altri soci. Intendo preservare la comunità che ancora esiste nel mio quartiere e ricostruire ciò che è andato perduto. Ne faccio parte per ragioni reali, ragioni che hanno a che fare con la mia esistenza personale. Non sono lì dentro per scopi ideologici ed ancor meno per convertire le persone ad una ideologia. E se qualcuno ha ulteriori motivi per starci, in ogni caso si verrà a sapere. Infine, non vi è nessuna differenza tra quello che cerco io, quello che persegue l'associazione e quelle che sono le mie convinzioni. La comunità è anche una delle pietre fondanti del socialismo libertario.

 Il mio approccio all'intervento nell'associazione è applicabile a qualsiasi organismo di base o a carattere popolare. Per prima cosa e soprattutto, occorre ascoltare quello che la gente dice, questa è probabilmente la cosa più importante da fare. Se ci si mette in ascolto, si scopre quale  e quanta sorprendente e vera disponibilità di talenti esista. Nella maggior parte dei casi, essa va ben oltre le proprie conoscenze, e quanto più uno impara dagli altri tanto più gli altri imparano da voi. Quelle poche occasioni in cui ho avuto un ruolo preminente si sono verificate solo quando le mie competenze erano necessarie all'associazione. 
E' importante essere flessibili. Forse non tutto di quello che viene detto o fatto dall'associazione è di nostro gradimento - sebbene non mi venga in mente un solo caso in cui ciò sia successo (devo precisare che non tutte le associazioni di quartiere sono avanzate come la nostra) E' importante stare concentrati sugli obiettivi principali, quali la costruzione della comunità, l'inclusione, l'azione diretta ed il processo democratico, invece di perdere tempo su scopi secondari.

 
E' necessario fare. A nessuno piacciono le persone che parlano ma non agiscono. All'interno dei limiti del tempo disponibile e delle proprie capacità, è importante farsi coinvolgere e fare le cose. E non solo le cose "fighe". Ma anche preparare tavoli e sedie, fare biglietti, cercare di essere disponibili quando occorre.
Puntare all'essenza delle cose. Si può far riferimento agli elementi fondanti dell'anarchismo, come la democrazia diretta, l'azione diretta, l'autogestione ed incoraggiare tali tendenze, anche senza mai nominare la parola "anarchia". Una dichiarazione aperta di carattere ideologico non farà che dividere le persone, ma una reale prassi anarchica le unirà. Inoltre, dal momento che non siamo i soli nell'associazione ad avere delle idee, è preferibile farle venir fuori dalle gente, piuttosto che farle entrare in quello che le persone già sono. (Non c'è nulla che faccia allontanare così velocemente le persone quanto l'apparire arroganti o sapientoni) Le persone prima o poi capiscono da dove veniamo. Ma finchè siamo rispettati, non saremo ridotti ad una caricatura mediatica.

Una cosa che si scopre quando si fa parte di un'associazione di quartiere che funziona, è che tutti gli elementi progressisti hanno molto più in comune tra loro di quanto ne possano avere gli elementi xenofobi o reazionari. Che si sia social-democratici, socialisti, verdi o anarchici, non sembra avere una grande importanza al livello di associazione nel territorio. Tutto ciò che vuole la gente è poter avere maggiore controllo sulle proprie vite, costruire la propria comunità ed essere inclusivi. 

Rispetto alle associazioni di quartiere che sono influenzate da persone vittime della paura o della sindrome NIMBY ( Not In My Back Yard), il ruolo degli anarchici è ovvio - contrastare queste negatività ed incoraggiare un approccio inclusivo nella costruzione della comunità. Tuttavia, se l'associazione agisce in genere già in modo anarchico, che importanza può avere insistere sul farci parte in quanto anarchici? O puntualizzare sulle proprie teorie e ideologie?

Tutte le esperienze ed i punti di vista hanno valore - incluso il nostro. Un anarchico esperto, di buone letture, porta con sè la conoscenza della sociologia del potere, un ricco bagaglio di mutuo appoggio, di azione diretta ed una memoria storica dei movimenti sociali. Non saremo i soli, ovviamente, nel disporre di tali conoscenze, ma la differenza sta nel fatto che in quanto anarchici, siamo degli esperti in questi campi. Abbiamo gli strumenti per rafforzare le tendenze libertarie che già si esplicano nell'associazione. 
Inoltre, abbiamo una visione che va al di là dei progressi dell'associazione di quartiere, di città, o anche della ricostruzione della comunità come un intero. Ancora una volta, non saremo unici in questo, ma l'anarchismo prevede una forma di organizzazione sociale completamente differente da quella esistente. Nel caso di un crollo sociale, economico ed ambientale dello Stato, la vecchia forma di organizzazione sociale, centralista e gerarchica risulterà insostenibile. Le associazioni di quartiere, quali istituzioni decentrate e basate sulla democrazia diretta, potrebbero formare i nuclei di una nuova forma di governo - quella dei consigli di quartiere federati. In quel momento gli anarchici dovrebbero farne già parte per promuovere la nuova concezione di organizzazione sociale.

Larry Gambone

 

(traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali)

un'interessante riflessione che ricorda i comitati di quartiere degli anni '70 in alcune città italiane (vedi OAP/ORA in Puglia)  
www.fdca.it

 

 

 

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Lo sciopero degli immigrati del 1° marzo

 

L’ECONOMIA   O   L’ESSERE   UMANO?

 

Per il 1° marzo è stato proclamato lo sciopero generale di tutti gli immigrati. Questa iniziativa è stata presa da un gruppo di 4 donne, 3 immigrate ed 1 italiana. La proposta  è partita da una organizzazione francese, raccolta in Italia Spagna e forse Grecia.  Essa è stata lanciata in Italia dopo i fatti di Rosarno in Calabria, come un segno di solidarietà verso gli immigrati e per far sentire il peso di questo settore sull’economia italiana. Infatti il manifesto dei promotori, tra l’altro, dice: “24 ore senza di noi! – La giornata senza immigrati!”. Questa giornata di lotta ha avuto l’adesione di tantissime persone singole, sindacati di base ed organizzazioni varie. Le tre confederazioni sindacali sono contrarie allo sciopero ma favorevoli alle manifestazioni.

            Penso che il gruppo promotore abbia avuto un’ottima idea a prendere questa iniziativa. Gli immigrati sono trattati male e sfruttati come schiavi. La classe padronale ne approfitta per la loro situazione di bisogno economico e di disorganizzazione. Gli scoppi di Rosarno  in Calabria e di Via Padova a Milano sono un’espressione di questa realtà. In seguito se ne verificheranno ancora altri.

            I rappresentanti del governo, appoggiati dai mass media, parlano tanto di integrazione. Assurdo! Falso! L’integrazione borghese in questa società è impossibile, a livello di massa. Gli immigrati devono togliersi questa illusione e prendere coscienza della realtà. Tranne una infima minoranza,  non arriveranno mai ad integrarsi ed a raggiungere il benessere. Nell’epoca in cui il ceto medio italiano si sta riducendo ed impoverendo, nell’epoca in cui il capitalismo italiano e mondiale è in piena ritrazione e regresso, l’integrazione è impossibile. Questa non è l’epoca del dopoguerra, in cui il capitalismo era in piena espansione e le immigrazioni venivano assorbite ed integrate, come succedeva negli  Stati Uniti Canada Germania Francia ecc. Si formavano le società multietniche. Oggi, particolarmente in  Italia, la società multietnica si è già formata e si rafforzerà, ma sulla base della povertà della miseria e della fame per tutti.  Questa è la prospettiva realista per la maggior parte degli immigrati e per una buona parte degli Italiani. Tale processo si può interrompere solo tirandosi fuori dalle regole del sistema capitalista.

            Altrimenti inevitabilmente si incappa nella”guerra tra poveri” perché sono due egoismi che si scontrano: l’Italiano che vuole difendere i suoi miseri privilegi fregandosene degli immigrati e l’immigrato che vuole risolvere i suoi problemi di sopravvivenza e di maggior consumismo,  fregandosene di tutto quello che avviene in Italia e dei suoi abitanti. Per evitare la guerra tra poveri bisogna eliminare gli egoismi da una parte e dall’altra. Ci si deve capire, cominciando da chi vuole, cioè dalle avanguardie.  Inoltre bisogna tenere presente che la crisi crescente abbasserà il livello di vita per tutti, creando una uguaglianza delle condizioni di vita, di sfruttamento, di lotta e di sofferenza. Ciò porterà ad una maggiore coesione e comprensione reciproca.

            Per quanto riguarda la sofferenza c’è da dire che i poveri soffrono ma anche i ricchi, a differenza di quello che in genere pensano i poveri. Questi tendono ad idealizzare ed invidiare la vita del ricco. Il mass media alimenta questa mentalità sbagliata. La saggezza e l’esperienza popolare ci hanno trasmesso il proverbio “La ricchezza non fa la felicità!”.  Non è un caso se esiste. In questa epoca iper-consumista è stato varie volte attaccato, deformato e deriso. Però i denigratori, purtroppo, ne sono le prime vittime, a riprova che è tuttora valido. La sofferenza del ricco è soprattutto psichica e fisica, non economica. Ma la sofferenza è sempre sofferenza, è uguale per tutti. Colui che soffre sta male, ricco o povero che sia. Per cui non si può invidiare il ricco, né odiarlo, tanto meno disprezzare il povero. La giustizia si può ritrovare a livello di essere umano. Però questo non è più un problema individuale e si può risolvere soltanto entrando nel campo  sociale-economico-politico, con una nuova società.

            L’obiettivo dello sciopero degli immigrati del 1° marzo  è quello di “mostrare il peso della manodopera straniera nell’economia italiana”. Indubbiamente è ultra giusto che gli immigrati siano

 

 

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 trattati meglio dal punto di vista economico-sociale e, più migliorie si strappano alla classe padronale, meglio è. Però non è questa la soluzione, come non  è avvenuto per i lavoratori italiani, che hanno sempre lottato per lo stipendio e non per una qualità della vita migliore. Con questo sciopero si vuole far vedere  la forza degli immigrati sul mercato del lavoro, intervenire sulla legge della domanda e dell’offerta a proprio vantaggio, facendo pressione sul  potere affinchè ceda. Secondo me, più che al potere, era meglio rivolgersi direttamente alla gente, agli Italiani. Storicamente è il popolo che decide, ed il problema degli immigrati certamente non si risolverà in un anno o due.  Per cui il loro interlocutore principale è il popolo quindi, più che il peso economico, dovrebbero mostrare il loro  “peso umano” per arrivare al cuore ed alla mente degli Italiani: l’ingiustizia di cui sono vittime, l’indegnità della vita che fanno (12 in una stanza a Milano - dormire nei serbartoi a Rosarno ecc.); tutto questo è un’indegnità non solo per loro ma anche per  noi; è’ una vergogna collettiva!; è necessario incontrarsi il più possibile per sviluppare una sensibilità reciproca, capirsi, praticare un rapporto umano alla pari, fraternizzare e solidarizzare. Queste sono tutte basi indispensabili per costruire dei rapporti economici umanitari e giusti. L’importanza di esercitare “il peso umano” più che quello economico viene dimostrata da una notizia pubblicata su “il manifesto” di oggi:  a Napoli, domenica scorsa, in via Sambuci,  40 famiglie originarie di paesi asiatici ed africani, dopo avere occupato uno stabile abbandonato, hanno “invitato a pranzo i cittadini di Sant’Antimo per parlare della loro condizione di immigrati, lavoratori sfruttati e abitanti di uno stabile occupato. L’invito aveva raccolto una grande adesione: intorno ai tavoli a discutere e mangiare insieme si erano trovate 400 persone”. Il mattino successivo alle sei le 40 famiglie sono state sgomberate a forza dalla polizia e dai carabinieri. Questo dimostra la vera natura del potere e, inoltre, la grande paura che ha della fraternità e della solidarietà dal basso. La sua paura indica  che l’invito a pranzo e l’adesione di 400 napoletani, è la strada giusta da seguire sia per gli immigrati che per gli Italiani. Siamo tutti vittime di un unico potere. L’esperienza si potrà ripetere con maggiore prevenzione ed unendo più forze. Del resto le grandi vittorie sono state sempre precedute da tante sconfitte. Solo gli idealisti e l’insegnamento scolastico credono negli eroi!  

Non più immigrati ed Italiani! Basta con questa divisione! Siamo tutti esseri umani e “Cittadini del mondo”, come diceva una minoranza di Yugoslavi che non accettò la guerra civile e la carneficina insensata che ne seguì nella ex Yugoslavia. Non si può ragionare più come Italiani, Egiziani, Latinoamericani, Africani ecc., ci vuole un mondo senza padroni, senza sfruttati né sfruttatori, senza proprietà privata, un regime di proprietà socializzata, autogestito da tutti nell’interesse di tutti, senza le leggi del mercato, una rivoluzione epocale che tiri fuori l’uomo e la donna dalla attuale barbarie e gli faccia riprendere la strada del progresso umano, non soltanto quella del progresso tecnico.   

            Per affrontare il problema degli immigrati, destinati ad aumentare, io penso che bisogna agire praticando micro soluzioni economico-sociali-politiche che sono all’interno di questi parametri. Per esempio: il permesso di soggiorno, la Cittadinanza, glieli possiamo dare tutti, i cittadini, anche se il Governo è contro. Glieli possiamo dare di fatto, rispettandoli, trattandoli bene, aiutandoli, liberandoci dai pregiudizi, senza cadere nella trappola della guerra tra poveri o nel buonismo dell’elemosina. Gli Italiani e gli immigrati si possono unire, al di fuori e contro le istituzioni, rispettando coloro che ci credono, per autocontrollare insieme il territorio e per stabilirvi una “vivibilità” il meno peggio possibile. La realtà è “cruda” per tutti.   Secondo me gli immigrati dovrebbero integrarsi con queste problematiche e con gli Italiani che le vivono e le praticano. Questa è l’unica integrazione possibile e che ha un futuro progressista!

 

19/2/10                                                                                                                            Antonio Mucci

 

 

 

 

 

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Per comprendere meglio  un protagonista della storia recente molto immaturamente scomparso

 

Chi era Bettino Craxi                 

 

            Annoto alcuni tratti e circostanze senza ombra di animosità per rispondere all’espressione – in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa - di un rammarico fin troppo laudativo ed apologetico di un uomo saturo di contraddizioni. E’ fuori dubbio che l’ormai storico Bettino avesse una personalità forte, tipica di coloro che hanno il coraggio delle proprie idee. Se la Sinistra vera, attualmente dormiente, avesse uomini di cotanta forza d’animo, certamente la situazione d’insieme non sarebbe quella di un regime di fatto.Ciò va detto in premessa in forza del principio di equità, che vuole che “ a ciascuno si riconosca il suo”. Tuttavia, sempre in forza dello stesso principio, devo aggiungere che  una personalità forte è una modalità che esalta il contenuto. Questo vuol dire che una personalità forte non basta per assolvere un Craxi, altrimenti dovrebbe bastare per assolvere chiunque altro, per esempio un Silvio Berlusconi, a cui, pur contestandogli un uso autocratico del potere all’interno del Paese e altrettanto servile, fuori, con la Chiesa e con gli USA, non si può negare una personalità forte. Altri esempi ci possono essere offerti da personaggi della corruzione comune  (penso alla “sempiterna Tangentopoli”) e delle mafie. E non sono edificanti.

            La valutazione di un soggetto – nel caso nostro morale-politica – il più obiettiva (e direi anche scientifica) possibile -  va fatta necessariamente tenendo conto di tutto a partire da un comportamento di base da cui non è possibile prescindere senza vanificare la valutazione stessa. E’ possibile che la sensazione soggettiva di un Craxi fosse quella di chi si crede un socialista vero solo perché si rifà ad un emblematico Nenni ma la pregiudiziale di un anticomunismo irriducibile è assai poco compatibile con una concezione socialista. L’URSS era un’unione di repubbliche socialiste, non comuniste. Tuttavia, per comunismo s’intende un punto di arrivo del socialismo, in cui lo Stato si può dire davvero socializzato (sociocrazia). Le divergenze all’interno dell’universo socialista possono riguardare le modalità di attuazione. In verità il socialismo anticomunista è molto simile alla socialdemocrazia, che, a sua volta, è la pretesa di conciliare il socialismo stesso con il mercato. E sappiamo come sia fallito. Come fallimentare può intendersi la via stalinista al socialismo, fatta di forzature, repressioni e gulac. Ma Stalin non è il comunismo!

Craxi visse questa autocontraddizione così forte da escludere ogni convergenza con il PCI nel momento stesso in cui era aperto praticamente a tutti i partiti, perfino a quello superliberista di Pannella. Il potere deve avere contribuito a sconvolgere le sue idee come capita a non poca gente quando assapora la “droga del comando”. Così, pur conservando la forte personalità d’origine, Craxi è scivolato via via su posizioni di destra. Si è fatto in quattro per far fallire un referendum indetto per recuperare i quattro punti della scala mobile (una grande conquista storica del mondo operaio) da lui personalmente tagliati con decreto del 14 febbraio 1984. Craxi esultò a quella vittoria, felice di avere espugnato la roccaforte della CGIL a favore della Confindustria! La “scala mobile” morirà”! A questo punto la forte personalità somiglia molto ad un carattere prepotente, bene accetto ai signori padroni. E il carisma di Bettino vacilla… Sta di fatto che da allora le cose sono andate precipitando a danno dei lavoratori con il paradossale vivo compiacimento dei radicali che, all’avanguardia in fatto di diritti civili, relativamente a quelli economici, pendono tutti, e con incredibile fanatismo, dalla parte degli imprenditori e industriali, considerati, secondo la logica capitalista, i motori della società. Dove il laico Craxi ha mostrato il suo secondo volto senza pudore è nella procedura dell’aggiornamento del Concordato del Laterano: invece di limitarsi alle pure formalità burocratiche, con una cordialità del tutto fuori luogo per un socialista, ha finito per accreditare un potere che, basato sul nulla, pretende tutto. Mi riferisco alla circostanza della firma per apporre la quale Craxi scambia la penna con il cardinale Casaroli, trasformando il compromesso in un’alleanza. Sic!

            E’ un dato di fatto storico – e non un’opinione di chi scrive – che con le sacre autorità della Chiesa non sono possibili rapporti paritari e la ragione è semplice: quelle autorità, stante la ormai millenaria dottrina, si ritengono “referenti di Dio” e si comportano come tali, anche quando intimamente non ci credono, in contrapposizione ai comuni mortali. Ne consegue che un rapporto di totale cordialità da parte di questi non impedisce ai primi di sentirsi in diritto di esercitare una prerogativa autoritaria, dono diretto del Padreterno.

Quanto detto è dimostrato ampiamente dalla crescente ingerenza  che la Chiesa esercita spudoratamente sullo Stato, sul governo e sulla collettività d’Italia: così la laicità, formalmente accettata dal Vaticano con la cancellazione della religione cattolica come religione di Stato, viene dallo stesso trasgredita in nome di pretesi valori tradizionali, magari solo meccanicamente condivisivi per l’automatismo dei costumi – come quello del crocifisso esposto in qualunque posto pubblico. Di valori-costumi che il papa usa, titolare di un redivivo surrettizio potere temporale, come altrettante clave, per menare botte da orbi contro tonti e resistenti. Ebbene Craxi, magari senza rendersene conto, ha dato l’avvio di questa nuova stagione di “potere temporale per interposta persona”. Questo significa, secondo il papa, avere contribuito ai buoni rapporti fra Stato e Chiesa . Un gesto degno di un uomo capace di dignitoso coraggio civile e politico è la ferma resistenza opposta alla pretesa degli USA di volere processare in territorio americano i sequestratori palestinesi dell’Achille Lauro (1953). Forse fu questo l’ultimo colpo di coda della forte personalità, dopo la scelta della trattativa per salvare il povero cristo di Moro – senza riuscirci -  contro la pari resistenza della DC e del PCI.  Craxi ha continuato il suo autodeprezzamento quando, invece di sostenere le proprie ragioni contro l’aggressione di Mani Pulite, al primo avviso di garanzia firmato da Borelli, ha scelto la probabilmente lussuosa villa di Hammamet, in Tunisia, condannandosi al rinnegamento di sé stesso. Infine, se anche le circostanze hanno il loro valore, è indubbio che anche la notoria amicizia con Silvio Berlusconi entra nella valutazione morale-politica del soggetto, se è vero che, in questa circostanza più che mai, amicizia significa copertura di un avventuriero dell’impresa che si è andato superarricchendo non certo con l’onesto sudore della fronte. Oggi la stessa figlia di Craxi milita felicemente nella corte del principe Silvio, accreditandone i comportamenti populisto-autoritari e testimoniando di una tradizione paterna. Io vorrei potere dire di me quello che Manzoni si disse a proposito di Napoleone: “scevro di servo encomio e di codardo oltraggio”. Per un momento anch’io ho simpatizzato per un Bettino Craxi finché gli ho scritto esprimendogli tutto il mio disappunto.  Mi ha fatto rispondere da un suo segretario con una lunga nota con la quale mi si sosteneva (ricordo a memoria) la coerenza socialista dell’uomo di Stato. Il riscontro è comunque un segno di civiltà rispetto alla generalità degli onorevoli, che non sanno cosa significhi dialogo con i cittadini e con gli operatori culturali.  Poi mi è sfuggito perché, chiudendosi in una gabbia d’oro fuori patria, è sfuggito a sé stesso.

                                                                                         Carmelo R. Viola

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 Un grande fogna a cielo aperto, ma non siamo noi a dirlo…

 

Un “terzo mondo” nel cuore degli USA:  “la più grande (si fa per dire) democrazia del mondo”

 

            Chissà quante volte ce lo siamo sentiti dire: “la più grande democrazia del mondo”. E abbiamo finito per farci l’abitudine. Non a caso la si addita come esempio da imitare. Tutto dev’essere nato da un gioco di apparenze e di malintesi. Subito dopo la guerra per abolizione della schiavitù (1863) e la conversione delle industrie cotoniere in industrie di altro genere, gli Usa si presentarono come bisognosi di molta mano d’opera quindi capaci di assorbire un’immigrazione addirittura selvaggia.

            Per questo la terra dell’America del Nord si presentava subito come la terra promessa, come il domani di milioni di poveri cristi, muniti solo di fame e di braccia. Ma la stessa tumultuosità delle vicende del lavoro si caratterizzò presto nelle più svariate forme di arbitrio e di crimine. Gli Usa diventarono (e sono rimasti) la terra più criminosa in tutti i sensi. Dall’incontro di avventurieri locali con avventurieri oriundi, specie italiani e siciliani, si sono formate le matrici di tutte le mafie.

            Se i popoli degli Usa accoglievano flussi ininterrotti di braccia, non lo facevano certo per i begli occhi dei nuovi arrivati, ma proprio perché ne avevano bisogno. E lo facevano da razzisti secondo quel razzismo che avevano sperimentato indisturbati nel piano e nel gioco del sistematico genocidio dei pellerossa, che avevano in casa, che mal sopportavano e a cui portavano via progressivamente sempre più territorio vitale e – attraverso l’alcool – sempre più salute.

            Gli abolizionisti della schiavitù nera – che magari poco prima avevano contribuito a realizzare -  non erano mossi da pentimento ma solo dal calcolo che uno “schiavo libero” costa sempre meno di uno coatto, da allevare e curare come una bestia da soma. Forse Abramo Lincoln sì, fu mosso da sentimenti sinceri ma la maggior parte degli americani del Nord – o yankees – conservarono la mentalità del cowboy, del pistolero, del cacciatore di taglie, dello sceriffo, insomma dell’uomo armato, che pensa di risolvere ogni controversia con la pistola o con una giustizia sommaria. E il razzismo, che ucciderà Martin Luther King, non mancherà di farsi sentire ben presto anche a carico di operai indigeni e italiani. Sono rimasti famosi gli episodi dei martiri di Chicago (1886) e il sacrificio degli anarchici italiani innocenti Sacco e Vanzetti.  Altro episodio è ricordato ogni Primo Maggio.  Sono vergogne storiche di quella “più grande democrazia del mondo”.

            Si dirà che molta acqua sia passata sotto i ponti di tali tristi ricorrenze ma lo spirito, almeno della casta del potere, è rimasto quello del tempo degli indiani, ricchi di tradizioni e di costumi ma poveri di mezzi militari e di tecnologia e quindi incapaci di fare fronte alle prepotenze degli invasori, che cancelleranno brutalmente quelle tradizioni e quei costumi, in breve tutta la storia di un popolo. La prevaricazione di avventurieri decisi a tutto – pur di fare ricchezza – si pensi alla caccia all’oro – si è impressa nel Dna delle nuove generazioni Usa, le quali hanno la pretesa di dominare il mondo”per diritto dei più forti”, insomma per la legge della giungla. Abbiamo avuto così i vari Vietnam, le varie Coree e i vari Irak. L’Afghanistan è un immenso pantano – forse il peggiore – che Barak Obama non è riuscito ad evitare finendo per caderci dentro come un tonto, prendendo per buone le grossolane menzogne ufficiali degli Usa (a partire dall’ecatombe delle Due Torre  -  11 settembre, che ci riporta a quella di Hiroshima e Nagasaki: si tratta di due enormi sacrifici umani usati come potenti strumenti politici nell’esercizio del dominio mondiale).

             In questo contesto di un potere tutto proteso a interferire nella vita del resto del mondo, usando indifferentemente la menzogna e la violenza, si è instaurato il classico giochetto elettorale per legittimare il capo o presidente di turno. Il che non cambia per niente la sostanza economica e civile del sistema Usa: povertà drammatica e ricchezza da capogiro agitano i sogni degli yankees e di tanto in tanto la rabbia di un malcapitato, che si trovi dall’oggi al domani senza lavoro e senza casa e magari con grosse scadenze da fronteggiare, esplode nel senso vero di colpi di pistola – o di qualcosa di peggio – facendo strage di innocenti.

            Il 20% della popolazione adulta statunitense è affetta da turbe psicopatiche per vicende legate al lavoro e alla disoccupazione. Gli statunitensi sono abituati alle spacconate, alle imposture e alla violenza, perciò non si scompongono più di tanto quando sentono attribuirsi la più grande democrazia del mondo, ben sapendo di non averla, salvo a trasformare la lunga campagna elettorale per il presidente-esecutore in una molto divertente carnevalata. Né prendono sul serio un Barak Obama, il primo presidente-esecutore di colore, quando manifesta l’intenzione di ovviare ad una delle più drammatiche vergogne della pseudodemocrazia statunitense: dare assistenza sanitaria a circa 50 milioni di cittadini di quel paese, che ne sono privi, perché sanno che alla fine prevarrà la volontà degli effettivi padroni degli Usa.

            Andiamo al punto. Negli Usa non esiste un servizio sanitario nazionale. Chi può, si aggrega ad una dette tante assicurazioni private, le quali si riservano il diritto di rifiutare l’assistenza a seconda della convenienza. Così può capitare che una giovanissima, che si ammali di neoplasia maligna, non venga assistita con il pretesto che il caso non rientra nella normalità, che prevede, secondo la statistica, un’età più matura. In ogni caso, gli assicuratori escludono dall’assistenza circa un sesto della popolazione, ovvero coloro che comportano una maggiore spesa, pur sapendo di condannare a morte certa i loro, si fa per dire, assistiti.  Si tratta, come si può vedere, di vere e proprie organizzazioni criminali, che è poco chiamare mafie, i meriti dei cui medici e specialisti vanno commisurati con la quantità di assistiti respinti, mandando a morte impunemente milioni di poveri disgraziati, rei di non essere ricchi abbastanza.

            Tutta questa realtà non è supposta ma narrata in alcuni documentari, uno dei quali ricordo di averlo visto anni fa: gridava – vox clamans in deserto – che ben cinque milioni di bambini andavano puntualmente a letto a digiuno. Non ne ricordo il titolo. Un altro è certamente “Sicko” di Michael Moor, certamente più aggiornato e che ha ottenuto la Palma d’Oro a Cannes nel 2004. Il testo raccoglie anche le confessioni, preziosissime, di responsabili pentiti, che forniscono dettagli agghiaccianti.

            Ma la casta dominante statunitense ha la faccia di bronzo tanto che, a séguito di cotali denunce, non è successo niente, meno che mai con Obama, attuale “esecutore elettivo” di quella casta. L’offensiva di questi giorni contro la fortezza dei Taleban è più di una dichiarazione d’impotenza del primo cittadino della sedicente più grande democrazia del mondo. Gli Usa restano paradossalmente qualcosa di peggio del Terzo Mondo propriamente detto, perché gli attori non sono la povertà e l’ignoranza ma, al contrario, il potere monetario e la capacità di perseguire i profitti con comportamenti, che non arretrano davanti alla peggiore sofferenza e alla morte.

            Se facciamo il confronto con la piccola e povera Cuba, che l’assistenza sanitaria perfino la esporta, vediamo in tutta la sua realtà la più grande impostura di potere di tutto il mondo, una vera e propria fogna a cielo aperto, che i nostri servi di Stato trovano buone come terme suine. E se ne servono con seriosa disinvoltura.

                                                                                                        Carmelo R. Viola

 

 

 

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PREGHIERA

 

Pietà,  mio Signore:

la razza di Caino implora

mentre minacciosi

all’orizzonte compaiono

i demoni

dell’odio

della superbia

e dell’indifferenza.

 

Scenderà la manna

del tuo perdono

a spegnere la sete

che crudele

la sua marcia affanna

allo scosceso monte?

 

 

DAL CANTO

 

Gli occhi posseduti

dalla notte lombarda

nascosto fra zolle

vedo luci mosse

solcare

la pianura di Fontanelle

avvolta dal silenzio.

 

Le mani incerte

tese  sulle corde

consumano

in lenta melodia

le ore sospese

al filo argentato

della luna.

 

Il vento

che dall’abbazia

gelido

soffia all’eremo

assetta

le mie labbra secche

accentua nel desiderio

la tua lontananza

e riporta col ricordo

l’angoscia

che mi attanaglia

la mente

 

 

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La Conchiglia del Bambino

 

Levigata dalle correnti

sospinta dai flutti

creatura del

vento e della pioggia

allo sguardo immacolato

d’un bambino

ridente t’offri

e la piccola mano

dalla sabbia

coglie

il talismano

che

solenne ingemma

il tuo diadema

d’avorio

lavorato a mano.

 

La Conchiglia del Poeta

 

Nunzio gentil

del regno marino

solenne

preservi

il germe della bellezza

che

vanto

fu di

Venere genitrice

rievocando delle

sirene

l’arcana melodia

che

vinti tenne

Ulisse

ed i compagni.

Il mistero

che

t’avvolge

nel cuore del

poeta solo

l’anima gemella

felice incontra

e nutrito dall’armonia di

tale incanto

nella lirica sua

proclama della

gioia

l’eterno canto.

                                                                                          

   Fernando Italo Schiappa

 

 

 

 

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Articoli di: Moreno Pasquinelli

 

Verso le elezioni del 7 marzo

Il 19 ottobre scorso informavamo i lettori degli ultimi sviluppi della scena politica irachena, così come era emersa dalle elezioni provinciali del gennaio 2009, e segnalavamo come il dato saliente, oltre alla bassa percentuale dei votanti, fosse la spaccatura all’interno della compagine che governa questo paese dal 2005. Il blocco di gran lunga dominante questa compagine era la Alleanza Irachena Unita la quale, sotto l’egida del grande Ayatollah al-Sistani, raggruppava de facto quasi tutta la galassia shiita, anzitutto le due forze principali, il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (ex-SCIRI) di Abdul Aziz al-Hakim, e il Partito Islamico Dawa, guidato dal primo ministro Nuri al-Maliki (SCIRI e Dawa, le due forze che con l’appoggio dichiarato dell’Iran, combatterono a suon di bombe il regime baathista di Saddam Hussein).

Alle porte delle elezioni parlamentari del 7 marzo questa spaccatura del mondo shiita iracheno, lungi dal sanarsi, si è accentuata: da una parte la “Alleanza per lo Stato di Diritto”, capeggiata appunto dal Dawa del primo ministro Nuri al-Maliki, dall’altra la neocostiuita “Alleanza Irachena nazionale”, la cui spina dorsale rimane l’ex-SCIRI. Non si tratta di differenze religiose, ovviamente, ma di squisite divergenze politiche, tattiche e strategiche, dove la “Alleanza Irachena nazionale” appare come una vera e propria agenzia di Tehran, mentre la “Alleanza per lo Stato di Diritto” è in verità molto più vicina agli interessi degli occupanti americani. Entrambi questi blocchi, pur essendo anzitutto shiiti, giocano, allo scopo di attrarre i voti sunniti, la carta del “nazionalismo iracheno”. Tuttavia, come vedremo più avanti, un altro grave motivo di scontro è improvvisamente piombato sulla scena.


Il ginepraio delle forze in lizza

A testimonianza della estrema polverizzazione del panorama politico iracheno (le cui cause attengono alla politica, al confessionalismo religioso, all’appartenenza etnico-linguistica ma pure all’appartenenza tribale o di clan) basti pensare che la Commissione elettorale centrale ha sancito l’esistenza di ben 86 forze politiche e di 12 coalizioni. Ma cinque “soltanto” quasi certamente si accaparreranno il 90% circa dei seggi in palio (forze locali potrebbero avere un discreto successo in alcune province). Coalizioni, appunto, alquanto eterogenee al loro interno.

(1) Quella accreditata come la vincente è la "Alleanza per lo Stato di diritto" del Primo Ministro Nuri al-Maliki, di cui fanno parte ben 36 formazioni.

(2) In seconda posizione c’è la “Alleanza Irachena nazionale”, che fa perno sul “Consiglio Supremo islamico iracheno” (ex SCIRI), 30 partiti, tra cui anche molti sadristi.

(3) “Iraqiya”, un blocco di 20 partiti e gruppi capeggiato dall’ex-baathista Saleh al Mutlak, dal vicepresidente Tariq al-Hashimi (già leader del sunnita Partito Islamico) e dall'ex primo ministro Iyad Allawi.

(4) La "Alleanza per l'unità dell'Iraq", composta da 38 gruppi, e di cui fanno parte, assieme ai cosiddetti "Consigli del risveglio" (ovvero le tribù sunnite di al-Anbar che dalla Resistenza sono passate dalla parte degli americani) facenti capo allo sceicco Ahmed Abu Risha, il "Movimento nazionale indipendente" dell'ex presidente del Parlamento Mahmud al Mashhadani e il Partito Iracheno Costituzionale del ministro degli interni  Jawad al-Bulani.

(5) Per finire abbiamo la “Alleanza Curda”, di cui fanno parte 13 formazioni di cui due sono le principali: la “Unione patriottica del Kurdistan” di Jalal Talabani (attuale presidente iracheno) e il “Partito Democratico del Kurdistan di Mustafa Barzani. UPK e PDK conquisteranno la gran parte dei seggi assegnati alla regione autonoma del Kurdistan, malgrado la comparsa di una terza forza nazionalista, “Goran”.

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Colpo di scena

A complicare la strada verso le elezioni è intervenuta una improvvisa (8 gennaio) quanto clamorosa decisione della “Commissione di giustizia e responsabilità” (la ex “Commissione Suprema di de-baathificazione”),  di escludere dalla competizione, in base appunto alla famigerata legge di de-baathificazione, ben 15 partiti e 511 candidati. Con l’accusa, appunto, di essere stati o di essere ancora baathisti. Tra di loro spicca il nome del più noto tra gli “imputati”, Saleh al-Mutlak, portavoce del Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale (un blocco sunnita nazionalista, 11 deputati in Parlamento e mai entrato nel governo) e noto testa di lista della coalizione “Iraqiya”. Contro questa decisione (sono scoppiate diverse proteste dei sunniti, sia in al-Anbar che a Baghdad) al-Mutlak ha fatto ricorso e si dice ottimista (forse a causa dell’appoggio americano) che la decisione di esclusione venga annullata. Da notare che l’esclusione ha fatto infatti arrabbiare non solo Missione di assistenza all'Iraq delle Nazioni Unite (UNAMI) ma pure gli Stati Uniti, oramai pentitisi di aver contribuito all’abisso della guerra civile con la bushana de-baathificazione forzata e ora decisi, in nome “della pacificazione e della governabilità”, a reinserire i baathisti nelle istituzioni. A segnalare la delicatezza dell’affaire, sono intervenuti contro la decisione, l’ambasciatore Usa a Baghdad, Christopher Hill, e lo stesso vice presidente Usa Joe Biden. Se la paura dei governanti di Baghdad è evidente, lo è anche quella degli occupanti americani: essi temono che l’esclusione possa portare, come nel gennaio 2005, ad un boicottaggio di massa da parte dei sunniti, col rischio che l’Iraq entri in una nuova e imprevedibile fase di turbolenza mettendo così in discussione il ritiro delle loro truppe, che dovrebbero infatti lasciare l’Iraq entro fine agosto. Non si pensi che i candidati esclusi siano tutti sunniti. Secondo indiscrezioni «216 di essi sarebbero stati membri del partito Ba’ath, 182 avrebbero fatto parte dei cosiddetti “Fedayyn Saddam”  e dei servizi segreti, 105 sarebbero ex ufficiali delle forze armate (fra cui alcuni comandanti di divisione, con il grado di generale o generale di brigata), decorati dal partito Ba’ath. Cinque candidati infine avrebbero partecipato alla repressione della rivolta sciita (nel sud) seguita alla guerra del Golfo del 1991, e tre sarebbero individui che hanno diffuso “idee ba’athiste”». Ma la cosa, soprendente solo per chi non avesse conosciuto cosa fosse stato davvero il Baath (che cioè non era affatto un partito confessionale a maggioranza sunnita) è che la gran parte degli esclusi sono sciiti, puniti appunto perché non filo-iraniani.

«E’ così che 72 dei candidati esclusi apparterrebbero all’alleanza dell’ex premier Iyad Allawi (quella di cui fa parte anche Saleh al-Mutlak, il più noto), e 67 a quella guidata dall’attuale ministro degli Interni Jawad al Bulani».

Mentre scriviamo non è dato sapere quale sarà l’esito della vicenda, certo è che essa è diventata la principale disputa sul tappeto. Mentre lo stesso Talabani, su pressioni USA, è intervenuto affinché la decisione di esclusione sia ritirata, si vocifera che Washington abbia minacciato al-Maliki che se i 511 candidati non verranno riammessi la “comunità internazionale” potrebbe non riconoscere l’esito delle elezioni. Lo scontro è talmente duro che i partiti shiiti si son visti costretti a mobilitare a loro volta (senza grande successo pare) nelle piazze i loro sostenitori a favore della proibizione.  A Najaf, a Bassora i manifestanti portavano striscioni con su scritto: “Ba’athisti e nazisti sono due facce della stessa medaglia”, e “Il ritorno dei ba’athisti è il ritorno delle aggressioni e delle incarcerazioni”. Il governo di Nuri al-Maliki ha protestato contro le ingerenze americane, mettendo in evidenza come, dietro all’esclusione dei sunniti presunti baathisti, si giochi una delicatissima partita a scacchi tra Washington e Tehran, i primi fattisi paladini dei diritti dei sunniti proprio allo scopo di contrastare la crescente influenza iraniana in Iraq, i secondi decisi a sbarrare la strada ai baathisti che sono per loro il pericolo principale alla loro egemonia.

 

 

Moreno Pasquinelli

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APPUNTI IRPINI

(... segue dal numero 99 Dicembre 2009)

 

L’intrusione del mercato globale in Irpinia

 

Negli anni Novanta abbiamo assistito ad un nuovo processo di trasformazione del sistema produttivo e di mutazione antropologico-culturale della società irpina. Anche per effetto della globalizzazione economica neoliberista (rifiutata e contestata in tante parti del pianeta) la realtà irpina ha subito una nuova, improvvisa accelerazione storica che ha condotto fasce sempre più estese di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell'emigrazione, dell'emarginazione, della precarizzazione, della disperazione. Rispetto a tali problematiche, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza - dall'alcool e dalle droghe pesanti - sono solo i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere economico e sociale. Occorre aggiungere che anche un'ampia percentuale della popolazione senile accusa stenti e privazioni, derivanti soprattutto dall'abbandono e dalla solitudine, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle caratteristiche e nelle dimensioni di un tempo. Piccoli centri di montagna, che non offrono nulla o quasi, ai giovani, sia in termini di prospettive occupazionali, sia in termini di occasioni di svago, di aggregazione sociale e crescita culturale, tranne qualche bar, pub o altri tipi di locali pubblici nei casi più fortunati, sono diventati luoghi desolanti di noia e di vuoto esistenziale, per cui attecchiscono abitudini insane, allignano in forma massiccia devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, comportamenti che fino a 20 anni fa erano assolutamente impensabili e sconosciuti.

 

 

 

                              alba_e_nuvole

 

 

 

L'attuale processo di sviluppo ha generato soprattutto mostruosità, veleni e contraddizioni sociali estremamente brutali, provocando atteggiamenti caratteristici di un filone teatrale classificabile tra la tragedia e la commedia umana, dando origine a nuove sacche di miseria, sfruttamento e barbarie, all'interno di società sempre più massificate e omologate anche sotto il profilo etico-spirituale. Questo fenomeno di massificazione e standardizzazione dei corpi e delle menti umane, è peggiore di qualsiasi totalitarismo conosciuto in passato, in quanto è un sistema molto più subdolo, non apertamente autoritario e coercitivo, nella misura in cui non si serve delle

 

 

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 istituzioni repressive quali esercito, polizia, carcere, mentre si avvale soprattutto dei mezzi di comunicazione e di persuasione di massa, anzitutto dei messaggi pubblicitari subliminali, per cui la sua forza si rivela assai più efficace e pervasiva.

 

                            Modernizzazione dell'Irpinia

Lo “spaesamento” e lo spopolamento dei paesi irpini

 

 

 

I paesi irpini, che un tempo erano piccole comunità a misura d’uomo, per necessità coese e solidali, negli ultimi vent’anni hanno subito un processo di rapida disgregazione del tessuto socio-relazionale e di progressiva riduzione demografica, divenendo luoghi di vita alienanti e desolanti, sempre meno comunità coese e sempre più realtà a misura di egoisti ed affaristi senza scrupoli.

Spaesamento e spopolamento progressivo sono due tendenze solo apparentemente contrastanti, ma che contrassegnano in modo negativo la storia delle zone interne dell’Italia meridionale, Irpinia compresa, nell’ultimo ventennio.

Certo, da noi in Irpinia convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo elettorale, la camorra e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione e l’alienazione che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica di una società che è diventata ormai una società edonistica di massa.

Ormai non c’è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.

Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso. L’avvento e il predominio dell’economia di mercato hanno generato effetti di alterazione e omologazione superiori a qualsiasi forma di dittatura. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione neocapitalista nel giro di pochi anni. Ciò è accaduto anche in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate dall’evento sismico e dai processi economici innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.

 

(… continua nel prossimo numero)

 

Lucio Garofalo

 

 

 

 

 

 

 

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NONA UDIENZA BRUSHWOOD



Anche questa mattina una udienza molto veloce. Sono stati sentiti 15 testimoni della difesa. In particolare gli avvocati di Dinucci hanno convocato gli esperti di Roma che hanno effettuato le perizie calligrafiche e biologiche sulle presunte rivendicazioni COOP-FAI dell´incendio ad un cantiere edile e della lettera con proiettili inviata alla Presidente umbra Lorenzetti. I quattro testi - che la Procura ha omesso di ascoltare - hanno confermato che non sono state trovate tracce biologiche sulle rivendicazioni. E´ stata invece trovata, in un caso, una impronta digitale all´interno della busta.

Risultato: non appartiene a nessuno degli imputati! Inoltre, hanno confermato le donne interrogate dai legali di Andrea, è stata fatta una comparazione con la segretaria del giornale che ha aperto la
missiva; questo significa che non è possibile che quelle impronte le abbia lasciate lei.

Il PM Comodi si è semplicemente limitata a chiedere se la comparazione sia stata fatta anche nei confronti della molteplicità di impiegati postali che possono aver toccato la lettera. Ovviamente la risposta era negativa, quindi relativamente a favore dell´Accusa, ma ci pare
assurdo che un postino possa toccare l´interno di una busta chiusa. Quattro testimoni sono stati ascoltati anche dalla difesa di Fabiani. La loro testimonianza, come quella di due settimane fa del
sindacalista della RdB Magrini, è andata a confermare l´alibi di Michele per l´episodio che lo vede imputato come presunto autore dell´incendio dell´Ecomostro di via della Posterna. Due in particolare hanno fornito un quadro molto dettagliato a favore di Michele: il primo, Maurizio Getti, non poteva non ricordare quella data, poiché il 24 luglio era il suo compleanno che ha festeggiato in

compagnia di Michele e di altre persone, alcuni di questi citati infatti dalla difesa, mentre il 27 luglio è morto suo padre, quindi non poteva non ricordare quella notte come l´ultima veramente felice prima di quel lutto; l´altro, Carlo Romagnoli, era colui che presiedeva il dibattito ambientalista nel quale Michele era ospite, quindi non poteva essere andato ad incendiare alcunché.

La prossima udienza è fissata per il 30 marzo. La Corte proverà ad esaurire i testimoni della difesa, che però sono ancora molti, oltre quaranta. Un´altra udienza infatti è già stata fissata per il 20
aprile.


COMITATO 23 OTTOBRE



2 febbraio 2010



Presentato da Aurelio Fabiani

 

 

 

 

 

 

 

 

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letta  letta

 

Mario Melloni, alias Fortebraccio, celeberrimo corsivista al vetriolo dell’Unità dell’epoca aurea, definiva il sottosegretario alla Presidenza del consiglio  Gianni Letta,  quando dirigeva Il Tempo  con il dispregiativo “letta letta, rimandando il lettore dei suoi corsivi al   chupa chupa , ossia più conosciuto in espressione gergale come   lecca lecca ,  la caramella con lo stecco  amata dai bambini.

L’espressione fortebracciana dava la misura con la quale Gianni Letta era al servizio del potere più clientelare e menzognero, uomo per tutte le stagioni, dal potere democristiano andreottiano (ricordiamo il patto della crostata, quando a casa sua, davanti ad una squisitissima crostata preparata amorevolmente dalla signora Letta  i tre malviventi del CAF – Craxi, Andreotti, Forlani - si spartirono l’Italia al suon di ruberie  e tangenti prima che Mani pulite di Davigo Di Pietro  e Colombo del pool milanese della Procura ,  ponesse fine allo scempio )  fino ai giorni nostri, dov’ è al servizio dell’ unto del signore o psiconano di arcore, alias Silvio Berlusconi.

Non si capisce infatti come mai Gianni Letta debba immedesimarsi sempre nel suo ruolo di alto cortigiano  del sovrano di turno fino a raccontare menzogne o sciocchezze come per i fatti attualissimi dello scandalo appalti e inchieste terremoto che vede inquisito dalle procure di mezza Italia in primis il capo della Protezione  (in)civile Guido Bortolaso e gli arresti di alti funzionari del provveditorato opere pubbliche dello Stato.

Gianni Letta, sotto gli ordini del mafioso di Arcore, aveva infatti difeso Bertolaso dalle accuse che lo vedevano quantomeno (nella migliore delle ipotesi)   disattento ( e quindi doveva dimettersi) agli appalti del post  terremoto a L’Aquila circa le infiltrazioni di imprenditori disonesti e corrotti funzionari dello Stato come Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Diego Anemone e Fabio De Santis, affermando inequivocabilmente  “  A loro nemmeno un euro di appalti “ , o ancora, “Costoro mai  hanno messo piede a L’Aquila”.

Ora i fatti smentiscono clamorosamente Gianni Letta perché   in alcune delle intercettazioni telefoniche rese pubbliche negli ultimi giorni compare il  Consorzio Federico II, di cui fanno parte tre imprese aquilane e la toscana Btp Spa, coinvolta nell’inchiesta di Firenze  che avrebbero ottenuto appalti per la ricostruzione del dopo-terremoto aquilano.  Alla luce di tutto ciò  i rappresentanti delle istituzioni aquilane non hanno potuto fare a meno di chiamare in causa anche Gianni Letta.  Molto dura la conseguente  reazione di  Stefania Pezzopane, presidente della Provincia de L’Aquila ( una delle poche figure nobili di rilevo rimaste al PD abruzzese)  "Le rassicurazioni dell’onorevole Gianni Letta” afferma Pezzopane, “ sono state già smentite da una semplice indagine giornalistica. Deve essere di nuovo sfuggito qualcosa”. E il deputato abruzzese Idv Augusto Di Stanislao con un’interrogazione parlamentare chiede chiarezza: “O Letta non sapeva o mentiva”.

Gianni Letta ..sapeva ..sapeva, eccome! Altro che mai hanno messo piede a L’Aquila, basterebbe  il  solo giudizio morale degli italiani verso il comitato d’affari e la banda bassotti che ci governa, per non parlar delle  sghignazzate  di questi imprenditori sciacalli  che, come raccontano le intercettazioni, si  sfregavano  le mani dalla contentezza nel corso della  tragica notte  del sisma aquilano del 6 aprile mentre morivano 300 persone, sicuri del verminaio delle alte protezioni  in cui da tempo sguazzavano, con la certezza delle aggiudicazioni degli appalti per la ricostruzione  e dell’allestimento del G8 con i costi raddoppiati , a seguito dell’abile mossa mediatica del mafioso di Arcore di spostare la sede del consesso internazionale   dalla Sardegna all’Abruzzo.

Berlusconi sostiene invece che “ I  giudici si dovrebbero vergognare” e assolve Guido Bertolaso, anzi di più,  lo vorrebbe  promuovere ministro della Repubblica – tanto per dargli l’impunibilità -  e  rilancia Gianni Letta quale candidato alla carica … udite ..udite.. di Presidente della Repubblica Italiana, e per se stesso si riserverebbe la carica di senatore a vita .. chissà,  forse farà come Caligola che fece senatore il proprio cavallo,  forse una legge ad personam glielo permetterà  !

 

Luciano Martocchia

 

 

 

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Assemblea regionale

"COSTRUIAMO ANCHE IN ABRUZZO LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA" 

La crisi mostra una volta di più il volto distruttivo e disumano del capitalismo e delle politiche liberiste.
Abbiamo la responsabilità di costruire un'efficace opposizione sociale, politica e culturale, in grado di proporre una uscita da sinistra dalla crisi, una strada contrapposta alle ricette della destra e al liberismo temperato del centrosinistra.

Vogliamo costruire un punto di riferimento politico della sinistra di alternativa, che coinvolga ampi settori di popolo e offra prospettive credibili per tutte/i coloro che stanno subendo e pagando la crisi con l'obiettivo di aggregare tutte le forze politiche, sociali, culturali e morali che come noi sentono la drammaticità dei tempi e l'urgenza di una risposta adeguata.

 

Domenica 21 Febbraio alle ore 16:30

presso la Villa Comunale (Via Nazionale 250) di Roseto degli Abruzzi (TE) 

L'iniziativa è promossa dai gruppi consiliari regionali di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani.  

Interverranno Marco Borgatti, Marco Fars, Antonio Macera, Maurizio Acerbo, Antonio Saia…

Concluderà Cesare Salvi, coordinamento nazionale Federazione della Sinistra.

 

Partecipate e fate partecipare.

 

Parte oggi il processo costitutivo della Federazione della Sinistra.

http://home.rifondazione.it/xisttest/content/view/7084/314/

 

 

Diffondi l’evento su face-book http://www.facebook.com/event.php?eid=295499812502

 

Presentato da Marco Fars

 

 

 

 

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I  NOSTRI  PRINCIPI

 

 

 

1) Questo “Foglio”  si autofinanzia e si autogestisce in tutto e per tutto, dalle piccole alle grandi cose, in base al principio dell’Autogestione!

        

         2) Il principio della Democrazia Diretta è alla base del nostro funzionamento! Non c’è Comitato di Redazione né Direttore Responsabile! L’Assemblea é sovrana, cioè decide tutto!

 

         3) Parità di tempo e di spazio per tutti, nelle riunioni e nella pubblicazione degli articoli. 5 minuti di tempo negli interventi, senza interrompere l’oratore, 2 pagine di spazio  per gli articoli. Tutto ciò in nome della pari dignità  delle idee.

 

4) Il Coordinatore nelle riunioni viene effettuato a rotazione da tutti, in base al principio della rotazione delle cariche!

 

5) Si applica la formula  “Articolo presentato da.....”  per  permettere ad ognuno di pubblicare idee ed analisi scritte da altri, però da lui condivise. Questo in nome del principio della Partecipazione!

 

6) E’ necessario essere presenti nelle ultime 3 riunioni per avere il diritto di voto alla quarta. Principio apparentemente contraddittorio con la sovranità assoluta dell’assemblea ma funzionale ai fini organizzativi. Il nuovo arrivato deve avere il tempo di capire il funzionamento e lo spirito del giornale!

 

7) Il motto “Una penna per tutti!” è in funzione della massima apertura democratica!

 

8) Questo “Foglio” non ha fini di propaganda e di lucro, pertanto rifiuta ogni forma pubblicitaria personale, a pagamento o gratuita!

 

9) L’ultimo principio non si può scrivere perchè non esiste all’esterno, ma soltanto dentro di noi e si chiama “Coscienza”. Questo principio lo mettiamo per ultimo perchè è il più difficile da capire in quanto generalmente viene considerato “astratto”. In realtà è il primo principio perchè senza la coscienza-convinzione che questi principi-regole non sono stupidaggini ma fondamentali  per realizzare la libertà e la democrazia nel gruppo, non si fa niente e poco dopo si degenera. L’essere consapevoli di questo significa essere coscienti. Questo è il principio della Coscienza!

 

“IL SALE”