INDICE - IL SALE N.°1

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* COME CI SI LAMENTA BENE

* IL PROGRAMMA DEGLI ANARCHICI ITALIANI

* QUANDO LA FINE EBBE INIZIO

*PERCHE' UN NUOVO PORTO A PESCARA? A CHE E A CHI SERVE?

*IL RICCIO E LA BAMBINA

*LA LEGGE 180

*TOLLERANZA? NO, ANCORA PLURALISMO

* ARMI ALL'URANIO?

*Raffaele LAPORTA


Come ci si lamenta bene
  di Selina Lewasegk

"Allora, cosa hai mangiato oggi? Eh, sì infatti comincia a fare freddo e questo maledetto vento!" Esauriti questi due argomenti ci si chiede la domanda quale potrebbe essere un nuovo tema di conversazione "Allora, che mi dici? Va tutto bene?"

ECCO! CI SIAMO!



Dopo tante chiacchiere è arrivato finalmente il punto più interessante dell'incontro, quello di maggior sfogo. Solo adesso è possibile trovare un contatto umano in una conversazione che tocca l'intimo, il calore di sentirsi compresi e accettati da un altro individuo, solo adesso possiamo cominciare a sfogare le lamentele del profondo dell'anima sulle condizioni disastrose della quotidianità. Seguono la disperazione nella ricerca professionale e l'eterna pena di dover soddisfare i propri bisogni primari, temi che, sciogliendosi sulla lingua come un gelato, accendono il gusto del parlare.
Adesso ce l'abbiamo fatta: la conversazione è in corso! Funziona, e si sente sempre di più la necessità di trovare un argomento in comune. Eccolo: Il Passato!! L'età d'oro in cui tutto era più facile, tutto a disposizione di tutti, svanito per colpa di nessuno. Oltrepassata anche questa tappa non fatevi prendere dal panico, ci rimane "il jolly", un tema assolutamente indispensabile in ogni conversazione D.O.C. Va però utilizzato con cautela e strategia, poiché la salute è un tema che rischia facilmente di trasformare una zanzara di derivazione comune in un elefante individuale che calpesta tutto lo sforzo fatto finora. Così, avvolgendoci in un sapore di infinita sofferenza umana ci sentiamo uniti, stimati per l'impressionante varietà di problemi che un singolo essere umano riesce a sopportare. Ma ATTENZIONE! Non facciamo confusione tra lamentele individuali e collettive. Quelle collettive sono assolutamente da evitare!!! Poiché parlando di problemi culturali, sociali o, peggio ancora, politici, si rischia di dover avere un'opinione, di essere informati, interessati, o addirittura si potrebbe porre la domanda "..e tu che fai?" No, non vogliamo sfasciare l'unione dei nostri sensi sofferenti, grazie a cui il confronto con l'altro è così chiaro, così ben definito. L'assenza di rivalità e i compiangimenti eliminano la solitudi-ne, ci danno il senso di appartenenza ad un gruppo, ad una comunità, ... forse alla nostra società?
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IL PROGRAMMA

DEGLI ANARCHICI
ITALIANI E. MALATESTA


Errico Malatesta, campano, amico e discepolo di Bakunin, fu un esponente di primo piano del movimento anarchico italiano e internazionale. Svolse un'intensa attività di agitatore e propagandista, per cui fu più volte imprigionato, processato, esiliato. Stese il programma approvato dall'Unione anarchica italiana, nel quale sono presenti i principi essenziali della dottrina.

1.Abolizione della proprietà privata della terra delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perché nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente, per l'interesse comune e conformemente alle proprie simpatie.

2.Abolizione del Governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistratura, e di qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.

3. Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e di consumatori fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall'esperienza e liberi da ogni imposizione che non derivi dalla necessità naturali, a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessità ineluttabile, volontariamente si sottomette.

4. Garantire i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a se stessi.

5. Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati.

6. Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione della frontiere fratellanza fra tutti i popoli.

7. Ricostruzione della famiglia, in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.

(da E. Malatesta, Che cosa vogliamo, Edizioni RL, Napoli, 1945)

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QUANDO LA FINE
  EBBE INIZIO


Dicevano che questa volta sarebbe stato il fuoco a bruciare ogni cosa e a portarsi via il male dalla faccia della terra. Ma, quando l'acqua cominciò ad incazzarsi e a mietere vittime, gli adepti delle più imboscate sette del mondo si sguinzagliarono per ogni dove, nel tentativo di salvare, oltre allo spirito e all'anima, anche qualche brandello di corpo consunto.



Dicevano che questa volta sarebbe stato il fuoco a bruciare ogni cosa e a portarsi via il male dalla faccia della terra. Ma, quando l'acqua cominciò ad incazzarsi e a mietere vittime, gli adepti delle più imboscate sette del mondo si sguinzagliarono per ogni dove, nel tentativo di salvare, oltre allo spirito e all'anima, anche qualche brandello di corpo consunto.

La tele cominciò a bombardare la gente con documentari sull'universalità di tutte le religioni e sulla forte probabilità di una salvezza eterna, ma la gente si tranquillizzava con ì propri metodi: andava a fare shopping tre volte al giorno, tele, computer e cd sempre accesi, contemporaneamente perché è terapeutico, pillole per dormire, pillole per stare svegli, pillole per far figli, pillole per non farne, pillole per dimenticare pillole per ricordare, liquidi per vederci più chiaro, liquidi per non vedere più niente, polverine bianche, gialle e marroncine per stare su, per stare giù e per stare così così, overdosi di telenovelas tutti i giorni per non sognare più. Padri di famiglia impazzirono al pensiero che i loro figli non avrebbero più potuto tenere in vita il loro nome e il nome del padre dei loro padri. I grossi industriali ricconi si divisero in due fazioni avverse: quelli che mandavano in giro i loro elicotteri, pieni di banconote da un dollaro che poi facevano piovere dal cielo, come volantini pubblicitari o lasciapassare per il paradiso e quelli che stavano sotto, in mezzo alla folla, tra gli straccioni, gli operai, gli impiegati, i venditori, i giocatori di borsa, gli avvocati e gli ingegneri, artisti, intellettuali e buffoni di corte a raccattare queste belle banconote nuove nuove, lisce come la pelle dei bambini quando sono appena nati... Dovesse ripensarci di colpo questo nuovo Dio di tutte le religioni del mondo, dovesse aver pietà di noi poveri peccatori, sai che fregatura! Ma l'acqua non se ne fregava niente dei poveri peccatori e non gliene importava che fossero ricchi o poveri, liberi o schiavi, sfigati o famosi, buoni o cattivi. Lei risucchiava tutti e tutto quello che gli capitava sottotiro. Lei sì che era davvero giusta, imparziale: non guardava in faccia a nessuno. Faceva solo il suo lavoro e lo faceva bene. Questa volta la fine del mondo fu stramaledettamente lenta. Non finiva più. E si dice che, dopo essere state risucchiate, le cose, le persone e le anime venivano portate in un isolotto in mezzo all'oceano. Pare che fossero in centoquarantaquattro: un po' meno di quelli sulla collinetta nell'Apocalisse di Giovanni.

Sabina Paolini




Loro non ce l'avevano avuto un nome nuovo. Semplicemente non si chiamavano più. Non ne avevano bisogno. Dicono che su questo isolotto c'era sempre festa. Pare che la musica che facevano lì si componesse di armonie celesti e fosse in tutto simile alla divina musica delle sfere. Ma la cosa più assurda è che, a quello che dicono, qui la musica la facevano con vecchi elettrodomestici alimentati con energia solare. E pare ci fosse di tutto: lavatrici, frigoriferi, computer, trapani, motori di vecchie automobili, asciugacapelli, frullatori, clacson e trivelle, telefoni e forni a micro-onde e ogni volta che il mare sputava fuori qualcosa di nuovo in grado di far rumore si aggiungeva un nuovo strumento all'arcana melodia celeste, che diventava sempre più affine a ciò che le orecchie di chi viveva nel vecchio mondo non voleva sentire. Sull'isola avevano costruito un riparo dalla pioggia, dal sole e dalle paure. L'avevano costruito teso da vecchi profilati arrugginiti, dritti, storti e orizzontali, alcuni infilzati nella terra come colonne e sostenuti al piede da pietre di varia grandezza, sulle quali era stata colata della resina epossidica. La copertura era formata da tanti pezzi d stoffa impermeabile di colori diversi, vivi e lucenti, tenuta tesa da corde attaccate qua e là. E c'era anche un fuoco sempre acceso in un posto vicino alla riva, un fuoco sempre acceso attorno al quale la gente stava in circolo e si rilassava. Sotto il tendone, invece, tutti ballavano e correvano. E ballavano e poi correvano di nuovo e la gente non aveva pace. Sorridevano tutti. Tutti si abbracciavano e si volevano bene. Qualcuno di loro, qualche volta, aveva sospettato di essere in paradiso, ma non aveva osato mai parlarne con nessuno. Ma c'era uno che continuava a ripetere a tutti che quelli che erano stati sputati dal mare erano gli eletti, che prima o poi sarebbe arrivato un angelo e li avrebbe portati via, che non potevano restare in eterno in un luogo in cui non ha senso vivere. Il volere divino un senso deve avercelo per forza! Vedrete che prima o poi l'angelo arriverà a portarci via da questo inferno! Ma poi si guardava attorno e li vedeva lì, tutti e centoquarantatrè, quelli che ballavano e correvano e ballavano e correvano con i sorrisi stampati in faccia e gli occhi sgranati a contemplare il tutto e goderne, quelli che fissavano il fuoco e si rilassavano e parlavano poco e piano e fissavano il fuoco. E si accorgeva che nessuno di quei centoquarantatrè aspettava l'angelo e che nessuno di loro era in grado di vedere l'inferno. E non capiva proprio che cosa ci faceva lui in mezzo a questi eletti che poi così eletti nemmeno dovevano essere se non riuscivano a sospettare ciò che per lui era evidente! Al di là dell'acqua il vecchio mondo continuava a disgregarsi. La meretrice, adagiata sui sette paesi, reggeva la sua coppa colma di sangue, delitti, castighi, paure e strani pensieri. Ebbra, ma non ancora sazia.

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ANTONIO MUCCI

Per la costruzione del nuovo porto sono stati stanziati 27 miliardi ("Area metropolitana" n° 4 del 15/10/2000). I lavori sono già iniziati, malgrado la raccolta di 6000 firme contrarie, effettuata negli stabilimenti balneari, in pochi giorni, ad opera di una petizione promossa dalla FAB, Legambiente e dal Comitato dei pescatori di Borgomarino ("Il Centro" 29/8/200).

PERCHE' UN NUOVO

PORTO A PESCARA?

A CHE ED A CHI SERVE?

Per la costruzione del nuovo porto sono stati stanziati 27 miliardi ("Area metropolitana" n° 4 del 15/10/2000). I lavori sono già iniziati, malgrado la raccolta di 6000 firme contrarie, effettuata negli stabilimenti balneari, in pochi giorni, ad opera di una petizione promossa dalla FAB, Legambiente e dal Comitato dei pescatori di Borgomarino ("Il Centro" 29/8/200). Questa ed altre iniziative, insieme ad una stanchezza della gente nei confronti del "Dio cemento", hanno contribuito a creare una opinione pubblica contraria che, pur non essendo riuscita a impedire l'inizio dei lavori, però ha messo in crisi il blocco dei partiti sostenitori come i DS e Forza Italia che si sono divisi al loro interno tra favorevoli e contrari. Questi fatti stanno solo rallentando la costruzione. Per impedirla completamente è indispensabile l'intervento della popolazione. All'interno di questa discussione sul nuovo porto commerciale, che va avanti da mesi e da anni, si è inserita la notizia ("Il Centro" - 5/11/2000) della costruzione di un altro porto ancora (e sarebbero due) turistico, che è una copia di quello esistente a sud della foce del fiume, ma questa volta collocato a nord. Quindi se venissero realizzati tutti, Pescara avrebbe, meraviglia delle meraviglie, tre porti. Che grosso "progresso" per la città... Poveri noi! Il progetto del secondo porto turistico situato a nord, tirato fuori all'improvviso, personalmente non ho capito se è una mossa tattica (si minaccia di farne due per poi fare finta di cedere e farne "uno solo") oppure è una reale intenzione. Chi vivrà vedrà! La realizzazione del nuovo (o dei nuovi...) porto commerciale non è un problema tecnico, di ingegneria, né economico, ma sopratutto sociale e politico. L'aspetto tecnico viene fuori una volta deciso di farlo e lo risolvono pochi tecnici, ma se si decidesse il contrario e di bloccare i lavori iniziati, questo naturalmente non esisterebbe. Il problema economico, secondo me, non esiste perché un'opera del genere sarebbe da rifiutare anche se la facessero gratis e in più pagando i cittadini. Quindi non c'è da sentirsi felici perché ci sono i 27 miliardi disponibili o sentirsi stupidi se non se ne approfitta. Il problema principale è sociale: in una città come Pescara con il mare inquinato, il fiume peggio ancora (con 49 scarichi abusivi che ci buttano dentro le peggiori porcherie), l'aria irrespirabile, con le piante che si contano, un traffico pauroso ecc. ecc., a che serve un nuovo porto? Io penso a niente: in un contesto del genere può solo peggiorare la qualità della vita e dell'ambiente. Non ne risolve uno dei problemi esistenti, anzi ne aggiunge. Tutti i porti provocano sporco ed inquinamento e, nelle loro vicinanze, è impossibile fare il bagno. Si distruggerebbe definitivamente una spiaggia che da un secolo è meta di turisti e spiaggia dei Pescaresi. Forse anche questo si vorrebbe definire progresso? I favorevoli a questa opera dicono che essa porterà lavoro e soldi alla città attraverso la sua costruzione e per il maggiore afflusso di merci e di persone. A parte il fatto che non si dice la verità: i veri beneficiari di questa opera sarebbero i pochi costruttori che intascheranno i grossi profitti da essa derivanti. Agli altri andrebbero le briciole. Per altri intendo 50-100 lavoratori impegnati nei lavori di costruzione per 6 mesi o un anno, nonché pochi commercianti che riceverebbero dei vantaggi dal maggiore movimento di merci e persone, il che inoltre sarebbe tutto da verificare.

Il mio naturalmente è un calcolo molto approssimato, né vuole essere preciso in quanto è soltanto una opinione e ciò che più mi interessa dimostrare è che questa opera porterà dei vantaggi per pochi, privilegi per pochissimi che sono già ultra privilegiati, e svantaggi per tutti a causa di un maggiore inquinamento, cioè danni alla balneazione della spiaggia e alla salute per l'aumento delle malattie come tumori, allergie, malattie della pelle ecc. Quindi un'opera del genere, secondo me, non si dovrebbe prendere nemmeno in considerazione, cioè va RESPINTA A PRIORI, senza nemmeno aspettare il parere della commissione ministeriale dell'ANPA per la verifica dell''impatto ambientale. Pescara già è più che "impattata", ha bisogno di essere "disimpattata" più che di nuovi "impattamenti". A parte i giochi di parole e gli umorismi che ci aiutano a vivere, i ricchi costruttori e i loro seguaci aspiranti alla ricchezza tanto avidi e accaniti nella realizzazione di questo progetto, possibile che non hanno ancora capito che "la ricchezza non fa la felicità !" come lo dimostra per l'ennesima volta il suicidio del povero Edoardo Agnelli? Chi arriva a tanto soffre più del povero che non ha da mangiare .Visto che questa opera è voluta e imposta da pochi, senza consultare la massa dei Pescaresi (a parte un ridicolo referendum effettuato da "Il Centro" sulle proprie pagine), a questo punto il problema diventa politico, cioè per respingere un tale progetto e fare valere la propria volontà la massa dei dissenzienti deve ricorrere ai metodi della lotta di classe: autorganizzarsi, basarsi sulle proprie forze e non perdere tempo nell'andare a supplicare le istituzioni che si sono dimostrate incapaci di impedire l'inizio dei lavori. Come sono sorti i club delle tifoserie per le squadre di calcio, oppure i Fans club in sostegno alla trasmissione televisiva de "Il grande fratello", così possono formarsi i Comitati cittadini contrari alla realizzazione del nuovo porto, attraverso le discussioni fatte nei bar, nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole ecc. Una lotta dal basso può sconfiggere questo progetto. Se la gente vuole si può fare tutto, nell'ambito delle possibilità umane. L'importante ed il difficile è che essa acquisisca fiducia in se stessa cioè sulle proprie forze quantitative e qualitative come la propria unità e la grande quantità numerica delle persone, che è la vera forza, superiore a quella delle cosidette "forze dell'ordine" nonché sulla propria qualità, cioè sulle capacità intellettuali e morali che, sicuramente, sono meno peggiori di quelle delle persone al potere.

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LETTERATURA D'OGGI

RACCONTO DI ANTONIO CILLI

IL RICCIO E LA BAMBINA

Sul limite dei recinto della casa dopo il tramonto apparve un riccio, tutto aculei e con la piccola testa si muoveva circospetto, seguiva la sua strada. Aveva scavalcato il recinto fatto con uno steccato che lo separava dal prato incolto con gli alberi d'ulivo. Era entrato nell'orto di un contadino Sig. Marcello che aveva la casa circondata da un orto botanico molto particolare fatto di piante diverse, fiori, verdure, piante officinali ed il pozzo per l'acqua. Non si era certo accorto di aver invaso il territorio degli uomini. Lì abitava provvisoriamente Tony, al piano terra. Era ospite inglese in Italia, insieme a Theo, italo-americano d'origine pugliese, amico dei genitori della coppia che li ospitava Rosanna e Gabriel. Questi avevano una bambina di nome Manuela, adolescente di 10 anni. Quella sera stavano tutti a mangiare nel giardino, in estate, vicino alla casetta del pozzo, accanto ad un grande albero di ulivo. Manuela fu la prima ad accorgersi del riccio e si avvicinò incuriosita. La mamma Rosanna le disse: "Guardalo, ma non toccarlo... Perché ha gli aculei!" Infatti il riccio si chiuse a palla. Il padre Gabriel invitò i suoi amici ad andare a vedere il bell'esemplare d'animale. Intanto il gruppo di convivialità aveva finito di mangiare spiedini di carne mista, vista l'origine italo-argentina del papà da parte della nonna, ma anche il riccio stava cercando il cibo! Forse che sì o forse che no? Comunque seguendo il proprio istinto si racchiuse all'avvicinarsi di quegli uomini sicuramente strani per lui. Allora Theo diminutivo di Teodoro, musicista di jazz, blues, folksinger... si chinò e disse: "Allontanatevi si sarà perso!" Rosanna prese per mano la figlia e le disse, da brava maestra quale era: "E' un animale selvatico, lascialo stare, ama la libertà dei prati e rischia ogni volta che esce per cercare da mangiare, sopratutto in campagna quando esce di notte e deve attraversare le strade finisce spesso schiacciato dalle ruote delle automobili che sfrecciano veloci. L'unico ambiente ideale per lui sono i prati delle colline e le macchie selvagge mediterranee". A quel discorso Tony da buon amante della natura disse "Ora prendo la macchinetta fotografica per fargli una foto" poi aggiunse "Intanto lasciate che trovi il suo percorso". "Va bene" gli rispose Gabriel "Ora lo lasciamo riposare e poi domani mattina lo liberiamo..." Dopo un poco, il riccio che era nel frattempo entrato nella casa si fermò in un angolo della piccola cucina vicino al termosifone. Theo disse: "Lasciatelo al buio tanto non sporcherà, al limite puliremo, proviamo a lasciargli le foglie di lattuga, forse sta scappando da qualche pericolo o più probabilmente è in cerca di cibo buono per il suo gusto". Poi aggiunse "Noi tutti abbiamo mangiato carne, ed è giusto che lasciamo le verdure per gli animali erbivorí o roditori". Tutti acconsentirono e l'animale selvatico divenne per una notte ospite in cucina.

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Simona Pelagatti

La legge 180

La legge 180 nasceva nel 1978, in un preciso momento storico. Erano gli anni di un movimento di base vastissimo che consentiva una qualità della vita nuova, diversa, altra. La politica era molto sentita ed i rapporti tra le persone risentivano di un clima di partecipazione ed apertura.





C'era molta attenzione al ludico, alla creatività come forma di rottura di "schemi" precostituiti, al corpo, alla differenza. I problemi dei singoli individui venivano vissuti come collettivi. La diversità andava ricercata interiormente, in ognuno. A questi anni seguirono gli anni di piombo e ci fu una pesante repressione di tutte le espressioni dì movimento. Il clima si fece pesante, vi fu un progressivo allontanamento dalla vita politica e un ritorno al privato. Lo spiraglio aperto da Basaglia con la 180, su cui ci sarebbe stato tanto da lavorare nella direzione di un mutamento radicale della cultura e delle consuetudini, divenne ben presto lettera morta. La legge, svuotata dei suoi contenuti, fu messa da parte ed ora che si prova ad applicarla, nell'attuale realtà sociale, è priva di senso. Le "strutture protette" che dovevano essere un'apertura al territorio, sono divenute tanti piccoli micro-manicomi in cui è impossibile una qualsiasi forma di comunicazione ed in cui, invece di affron-tare realmente e coraggiosamente "il problema", si tende a fornire degli schemi di comportamento adattivo che spesso si dissolvono dopo un breve periodo lasciando riemergere "il problema" mai realisticamente affrontato. ** ''…Nella psichiatria,… la non conoscenza trova i suoi effetti nell'internamento, e l'internamento conferma la non conoscenza. I problemi dell'individuo e della società vengono ignorati e nascosti, e la risoluzione di tutti i conflitti è consegnata alle istituzioni totali.
Ma istituzioni totali non sono soltanto i manicomi giudiziari, i "Centri di diagnosi e cura" e gli altri istituti di segregazione, ma anche, sia pure in modo più mascherato, le case famiglia, le case protette, le comunità terapeutiche, insomma tutti i luoghi dove vige la logica della psichiatria, nel suo unico significato di controllo delle coscienze e di tecnologia della normalizzazione, per il mantenimento della dittatura dei costumi". Sono i luoghi del "come se", dove i "malati mentali" sono costretti a vivere una "realtà" parallela alla realtà, una realtà dove nulla è scelta e in cui si viene progressivamente privati di ogni responsabilità.*** ''.... Veniamo affascinati dal mito razionale della "malattia mentale" e di una gestione "scientifica" delle "cure" attraverso centri aperti 24 ore su 24, diffusi nei nostri quartieri. Servizi psichiatrici "alternativi" alle relazioni quotidiane fra le persone, ai sensi che esse producono, alle cose in cui credono, all'affettività o al rifiuto che esse esprimono. Servizi "competenti" a chiamare le cose con nomi incomprensibili, a trasformarci in alieni, in esseri mostruosi e... invisibili.

Non c'è psichiatria alternativa che tenga. Non c'è emancipazione dall'essere considerato un "pazzo indemoniato" all'essere considerato un "malato irresponsabile". Non c'è emancipazione nel passaggio dal manicomio al circuito psichiatrica "alternativo": si resta comunque imprigionati nella tela del ragno, in un mondo parallelo che riproduce quello reale: il mondo dei "come se". La psichiatria "alternativa" sembra aver scoperto che la libertà, il lavoro creativo, la casa propria, la possibilità di divertirsi e di confrontarsi con gli altri senza paura di essere puniti, di costruire alleanze, di essere ascoltati, "cura": sembra aver scoperto che la quotidianità, la vita curano. Ma questa scoperta non cancella la "malattia". L'utente della psichiatria "alternativa" non può vivere una vita al 100% con il suo margine di insicurezza e imprevedibilità, con la sua valenza affettiva, coi suoi alti e i suoi bassi. Ha bisogno dì una via "protetta", una fotocopia di vita, una "vita di serie B".

***I brani riportati in corsivo sono tratti da: Giuseppe Bucalo "Dietro ogni scemo c'è un villaggio".

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TOLLERANZA? NO, ANCORA PLURALISMO

ENRICO SANTANGELO

Parlare della 'tolleranza' come del positivo valore da opporre all'intolleranza o alla xenofobia è per certi versi riduttivo, poiché agisce come pura concessione - e non sempre priva di remore - di un diritto che continua di fatto a porre una separazione.

Chi 'concede' la sua tolleranza non fa che ribadire la propria posizione preminente, poiché il rispetto dell'altro viene a dipendere dalla sua benevolenza. In questo senso non auspichiamo tanto una società tollerante, quanto una società pluralista, dove la diversità di opinione sia paritetica e data per scontata, e non conquistata e sbandierata grazie alla benevolenza di una parte egemone.
È il caso, ad esempio, dei problemi del culto dentro uno Stato laico, i quali recentemente sembrano riportare l'Italia ad un clima da crociate. Non meritano commento le illazioni leghiste (appoggiate da quell'uomo di chiesa e di azienda che è don Baget Bozzo) contro la possibilità sacrosanta che un gruppo di persone costruiscano una moschea in 'Padania'.
Ma accade - ed è ben più grave - che un certo cardinale Biffi detti ai cristiani le condizioni alla loro disponibilità di 'accettare' l'idea di una moschea: essi devono verificare che i musulmani siano tolleranti coi cristiani. E allora questa cosa non si liquida semplicisticamente dicendo che ai marxisti le beghe tra chiese non interessano, perché evidentemente questo non è il punto; nemmeno ce la caviamo invocando un generico - per quanto sacrosanto - diritto di libertà di espressione sancito dalla Costituzione. È vero, insomma, che ognuno deve rendere conto alla propria parrocchia, e allora bisogna replicare al cardinale 'cristianamente', con gli argomenti cioè della sua stessa dottrina.

E bisogna ricordargli, al sommo prelato, che questo concetto della tolleranza intesa come baratto è solo una sua idea, e non un principio cristiano, perché la carità cristiana (e non la tolleranza) impone semmai di porgere l'altra guancia; poi potremo anche chiamarci fuori dall'agone, ma ricordiamo a questo cardinale che non conosce nemmeno la legge di Cristo. E con che faccia - mi chiedo - egli invoca la necessità che questi 'ospiti' accettino e rispettino a loro volta la cultura e il culto locali, quando per secoli si sono usurpate culture e credenze indigene per imporre la croce al seguito dei colonizzatori? E con che animo si bolla di intolleranza l'intero islam (un insieme diversificato di popoli, culture, lingue, nazioni, filosofie, espressioni artistiche, letterarie ecc. ecc. ecc. ecc.), quando c'è ancora un terrorismo cattolico di chi ancora fa la propria guerra di liberazione in nome della chiesa (l'Ira in Irlanda del nord)? O vorrà - il sommo prelato - che i musulmani in Italia siano costretti a tornare nelle catacombe come fecero i primi martiri della religione (ma allora erano i cristiani, perseguitati dalla cultura egemone). Infine - ma era sottinteso - se ai cristiani può stare stretto questo cardinale che rinnega gli stessi valori cristiani, alla comunità laica dei 'cittadini' questa pretesa di ingerenza cattolica nelle scelte di uno Stato laico non ha nessuna legittimità (o diventerebbe l'Italia uno stato teocratico esattamente come accade in 'certi' paesi islamici).

c'è ancora

un terrorismo cattolico

Si diceva, ognuno deve rispondere alla propria parrocchia.
Se allora Biffi (ma anche il vescovo di Pescara per le sue recenti dichiarazioni pubbliche) deve dare conto di 'cristianità' ai cristiani, il sindaco Pace deve dare conto di 'laicità' ai laici, cioè a tutti. Una domanda sola, allora, per tutte: in nome di quale Stato - di cui è rappresentante - può egli dichiarare, come ha fatto di recente su Il Centro, di non poter accordare ai musulmani il diritto di costruire una moschea a Pescara?
O ci spieghi - il sindaco - dove sono l'eresia e l'errore. E non lo spieghi solo ai musulmani italiani e pescaresi, ma ai cristiani, e perché no, anche ai comunisti.

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Armi all'uranio?
CHE COS'È

L'URANIO IMPOVERITO?

L'uranio impoverito (Du) è uno scarto delle lavorazioni dei metalli radioattivi utilizzati nelle centrali nucleari e nelle testate atomiche.

QUALI SONO LE SUE

QUALITÀ BELLICHE?

Il Du è un metallo estremamente pesante (quasi due volte più del piombo) ma è anche un metallo "piroforo", cioè si incendia con la sola esposizione all'aria. L'attrito provo-cato dall'enorme velocità del proiettile - quelli sparati dalla mitragliatrice GAU-8/A del cacciabombardiere america-no A-lO raggiungono la velocità di 5 mach - permette una combustione rapida portando a circa 400° C la temperatu-ra del proiettile che esplode al contatto con una superficie dura riuscendo a perforare corazze anche molto resistenti. Il Du è molto più efficace del tugsteno, usato nelle munizioni convenzionali, e non costa praticamente niente poiché se ne trovano grandi quantità nei "cimiteri" nucleari.

IN COSA CONSISTE LA SUA PERICOLOSITÀ?

Nel momento dell'esplosione il Du si trasforma in par-ticelle finissime di ossido di uranio (U02), insolubili, cioè destinate a rimanere in eterno (o meglio per 4,5 miliardi di anni...) nell'ambiente. Queste particelle possono essere trasportate dal vento o dall'acqua, scendere nel sottosuolo inquinando le falde acquifere, oppure penetrare nel corpo umano o animale mediante ingestione o inalazione. Natu-ralmente possono entrare nella catena alimentare. La par-ticella di U02 fissata nell'organismo ha un'energia sufficiente per spezzare il DNA della cellula con cui entra in contatto trasformandola in cellula tumorale. Per essere più chiari: il Du emette particelle alfa con una energia di circa 4,2 MeV (Mega electron Volts). Per spezzare il DNA sono sufficienti 6 eV (electron Volts).

QUALI SONO GLI USI MILITARI DELL'URANIO IMPOVERITO?
Innanzitutto bisogna dire che di questo settore si sa poco o nulla, perché il Pentagono lo considera un argomento "top secret".
Comunque si sa che l'uranio viene impiegato per costruire proiettili, di piccolo e grande calibro spa-rati da aerei (A-10, Av-8a) elicotteri (Apache) e carri armati (gli americani Abrams e Bradley, l'inglese Challager e il francese Leclerc). Con l'uranio vengono costruite an-che le testate di un certo numero di missili da crociera Tomahawk e le corazze di carri armati americani, inglesi e francesi.

DOVE SONO STOCCATE QUESTE ARMI?
Anche su questo le notizie sono scarse. Secondo quan-to riferito dai pacifisti americani depositi di armi Du esi-stono negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Arabia Saudita, in Bosnia ma esiste il fondato sospetto che armi all'uranio siano custodite anche in alcune basi NATO in Europa.

LE FORZE ARMATE ITALIANE IMPIEGANO ARMI DU?
Ufficialmente l'arsenale militare italiano è privo di armi all'uranio. Bisogna però segnalare che la Marina militare possiede l'aereo Av-8A, con a bordo la mitragliatrice GAU-12U, per la quale la Aircraft Ordinance Company ha prodotto proiettili all'uranio.

È POSSIBILE UNA LORO PROLIFERAZIONE?
Non solo è possibile ma sta già avvenendo. Munizioni al Du fanno o faranno parte degli arsenali di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia ma anche di Russia, Grecia, Tur-chia, Israele, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Kuwait, Pakistan, Tailandia, Taiwan, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e di altri paesi che il Pentagono non rivela per "ragioni di sicurezza nazionale".

E LA MALAVITA ORGANIZZATA?
Finora non si hanno notizie sull'uso di questi proiettili in azioni non militari però si sa che il Du è già oggi dispo-nibile nel calibro 7,62 per i fucili M16. Se non riusciremo a mettere fuori legge queste armi è facile prevedere che nel giro di pochi anni esse saranno alla portata della criminalità organizzata e dovremmo prepararci ad affrontare le conseguenze di una casalinga guerra atomica.
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Raffaele LAPORTA

PLINIO PELAGATTI


Il timore di non riuscire a descri- vere adeguatamente la personalità del mio Maestro, il Professore Raffaele Laporta, recentemente scomparso, mi assale e avrei prefe- rito non assolvere a questo compito richiesto dalla maggior parte di coloro che sono a conoscenza dei vincoli non solo professionali che mi legavano a Lui.


Uno scritto rischia di non essere efficace quando bisogna svolgere un compito particolare, perciò mi limiterò a raccontare le fasi salienti delle attività svolte insieme per circa mezzo secolo.
L'amico Panfilo Di Michele mi consigliò di rivolgermi al Professore per la preparazione al concorso magistrale degli anni '50.
Immediatamente furono messi in evidenza gli aspetti più importanti del rapporto educativo:
* la formazione dei gruppi,
* la lettura delle opere degli esperti nel campo edu-cativo,
* il coinvolgimento di tutti i componenti il gruppo.
Profondo conoscitore della pedagogia internazionale, pedagogista Lui stesso, ha comunicato agli allievi i principi fondamentali del pragmatismo e delle tecniche Freinet, pedagogista francese che ha dato l'avvio alla pedagogia popolare.
Il mio gruppo, costituito da quattro insegnanti, denominato M3, conserva ancora un vivo ricordo, ha attuato nella scuola i principi fondamentali dell'insegnamento del Professore e, durante qualche pausa del Suo notevole impegno, c'era l'opportunità di un incontro piacevole ed istruttivo allo stesso tempo.
Durante le preparazioni dei suoi allievi non trascurava di effettuare il confronto tra le varie correnti filosofico-pedagogiche.
"L'educazione al bivio" di J. Maritain è una delle opere che maggiormente indicava e consultava per mettere in risalto i principi di base della pedagogia cattolica. Rispettosissimo del pensiero di studiosi e ricercatori nel campo pedagogico, ha sempre invitato tutti alla collaborazione per cercare di ottenere risultati migliori tenendo presenti le effettive esigenze degli allievi.
Non si limitava ad effettuare i suoi interventi nel campo scolastico, ma forniva un notevole apporto laddove c'era maggiore necessità per la soluzione di problematiche di tipo sociale.
In un periodo in cui il processo educativo sembrava incontrare delle difficoltà Egli cercava di infondere sicurezza ed invitava tutti a proiettarsi nel futuro con ottimismo.
Ricordo ancora due principi fondamentali espressi dal pedagogista americano J. Dewey:
- l'educazione si rende necessaria, perché l'uomo deve comunicare le sue esperienze alla comunità di appartenenza prima della sua scomparsa
- la società necessita della trasmissione della propria cultura se vuole conservare la propria identità.
Il Professore ribadisce tale principio quando nel suo testamento spirituale mette in risalto un aspetto importante della formazione: "I giovani seguiteranno ad impegnarsi nelle loro attività prendendo l'esempio dai padri, che, in passato, hanno seguito l'insegnamento dei loro genitori". Un altro aspetto deve essere messo in evidenza nel campo educativo: la scuola di base assume un'importanza notevole, perché la prima educazione è determinante ai fini della preparazione dell'alunno. Per tale ragione il Professore non ha mai smesso di interessarsi alla formazione dell'insegnante di base con indicazioni non solo teoriche, ma fornendo un concreto contributo nelle varie occasioni come la preparazione dei maestri nell'ultimo concorso magistrale. Ribadiva che il maestro riesce a risolvere problemi di varia natura nell'ambito scolastico al di là delle indicazioni ministeriali e riforme varie. Il Professore aveva l'abilità di intuire la validità delle attività che si svolgevano nella scuola, nel territorio e nella società e spesso interveniva per sostenerle con un Suo contributo. Amava moltissimo la città natale e si prodigava notevolmente per fornire all'ambiente pescarese un valido apporto che derivava dalla Sua profonda esperienza nazionale ed internazionale.
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