INDICE - IL SALE N.°0
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* UN GIORNALE APERTO A TUTTE LE REALTA' ANTAGONISTE

* SULLA WELTANSCHAVUNG

* MOVIMENTO MONDIALE

* UN GIORNALE PLURALISTA, DEMOCRATICO E, QUINDI, RIVOLUZIONARIO

* INTORNO AL PLURALISMO

* UNA POST ESISTENZA 2000 DI PESCARA

* LIBERTA': UNA PAROLA BISTRATTATA

* NOI SIAMO COMUNISTI

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Un giornale aperto a tutte le realtà antagoniste

di Lorenza Pelagatti

L'idea di scrivere un giornale è un progetto molto importante, soprattutto se si intende realizzarlo come uno strumento di libera espressione, cioè senza censure e con spazi uguali per tutti. Infatti il giornale potrebbe essere un'occasione di incontro e di scambio tra persone che, pur molto diverse tra loro, trovano un denominatore comune nell'approccio critico all'esistente e nella volontà di intervenire sulla realtà che le circonda. Tale incontro sarà motivo di grande eterogeneità e varietà di contenuti; ci sarà spazio per la politica, la cultura e l'arte, per le problematiche sociali ed esistenziali: insomma, per tutto.

Un altro affascinante ruolo che il giornale potrebbe avere è quello di veicolare all'esterno, tra la gente, questa ricchezza e diversità di idee e di opinioni: una sorta di casella postale che raccoglie lettere aperte rivolte principalmente alla città.

Con uno sforzo di immaginazione, intorno a questi fogli di carta stampata si potrebbe creare un movimento di opinione, che discute e interviene sulle questioni locali, traendo da esse spunti di riflessione su questioni di più ampio respiro. Il giornale, con questa impostazione, diventa uno stimolo per collaboratori e lettori a conoscere realtà e situazioni completamente diverse da quelle vissute.

Infatti, uno dei limiti più grossi della società attuale è quello della frammentazione e specializzazione: l'insegnante conosce solo il mondo della scuola, l'operaio quello della fabbrica, l'artista soltanto quello dell'arte. Questo porta ad avere una lettura parziale della società e a considerarla ad una dimensione, perdendo di vista la complessità del reale.

Nell'era dell'immagine e dell' informatica, scrivere un giornale può sembrare anacronistico. Eppure io credo che la carta scritta offra perlomeno la possibilità di incontrarsi e guardarsi in faccia.

Può sembrare poco ma non lo è: attraverso Internet arriviamo a comunicare con i giapponesi mentre non conosciamo i nostri vicini di casa.

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Sulla Weltanschauung

di Selina Lewasegk

Luogo al di fuori di questo meccanismo a spirale, il punto giusto,
a sufficiente distanza dal mondo ma senza toccare il cielo,
di vasta veduta... io vedo lontano e sto nell'interno universale.
Da lì io guardo: capire la coesistenza tra infimo e sublime delle più contrapposte sfaccettature; partecipare, ma con sottile ironia; trovare obiettività nelle percezioni subiettive.
Io non voglio trovarmi intrappolato nella piramide, struttura volutamente costruita a base quadrata e poi stratificata e poi ingabbiata in un'unica motivazione - la paura - nemico interiore, che non dà limite al negativo.

La piramide si restringe verso l'alto fino a rarefarsi in un unico
punto, limite ultimo della genialità.

Luogo troppo sottile per poter equilibrare il grave peso
sottostante.

Contenitore dell'umanità, figura geometrica con visuali direzionali
obbligate - aspetto che esploda.

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Movimento mondiale

di Ezio Di Nisio

Prendo spunto dalla piattaforma d'azione contro il World Economic Forum (WEF) che si terrà a Davos il 25 gennaio 2001. Come l'anno scorso la mobilitazione è organizzata dal coordinamento svizzero Anti-Wto, di cui fa parte il CSOA Il Molino. La piattaforma si sviluppa in 3 punti (potete informarvi sul sito www.ecn.org/agp) e in uno di questi si dice: "Siamo assolutamente contro il WEF, neghiamo la sua legittimità e di conseguenza lo vogliamo eliminare". Questa è la stessa posizione di una parte del movimento, ad esempio a Seattle si diceva eliminiamo il WTO a Praga eliminiamo FMI/BM, ma è una posizione superficiale e "pericolosa" per la crescita dello stesso movimento mondiale.
Mi spiego meglio.
Seppure tra mille contraddizioni è in atto un processo di costruzione di un Governo mondiale del Capitale, per ora questo "Governo" è una sorta di coordinamento fra G8, WTO, FMI, BM, OCSE e WEF. Gli Stati Nazionali cercano di strappare fette di potere all'interno di queste istituzioni (vedi la Cina che entra nel WTO) per avere così anche un ruolo nel Governo mondiale e dire la loro sulla globalizzazione capitalistica; naturalmente gli Stati Uniti detengono un ruolo dominante rispetto agli altri Stati. Dire semplicemente che la lotta del movimento deve andare verso l'eliminazione del WEF o delle altre istituzioni transnazionali significherebbe frenare la tendenza verso una contraddizione superiore del capitalismo ossia verso la formazione di un Governo mondiale.
La posizione di sopra, se perseguita con efficacia, potrebbe avere l'effetto di riportare la storia ai nazionalismi del '900 o ad una nuova fase di nazionalismi a blocchi (ad es. Europa, Nord-America, Asia).
Un Governo mondiale invece potrebbe essere una- situazione favorevole per una politica anticapitalista perché :
1) Il capitalismo, per sua natura, è un modo di produzione globale, pervade ogni interstizio della società; un Governo mondiale sarebbe l'obiettivo fisico di tutto il sistema.
2) Lo Stato nazionale non rappresenta più l'arena politica dove si possono influenzare concretamente le scelte capitalistiche, un Governo a livello mondiale ridarebbe gli strumenti per ricostruire un progetto anticapitalista (che esso sia riformista o rivoluzionario).
La lotta deve essere globale come il capitale e più creativa.
Queste prospettive fanno paura al Capitale e quindi cerca di mantenere le sue istituzioni internazionali sotto la forma di organismi economici. In sostanza, però, questi ultimi agiscono come veri organi politici: imponendo aggiustamenti strutturali e le nuove forme di sfruttamento globale.
Nel confronti di WEF, WTO, BM… & company dobbiamo mantenere un rapporto conflittuale (è impossibile riformarli, nel senso sano del termine), non possiamo però lottare per la loro eliminazione.
In qualche modo dobbiamo costringerli a "venire allo scoperto", cioè spingere affinché le istituzioni internazionali del Capitale diventino democratiche ossia organi politici anche nella forma oltre che nella sostanza.
La tattica politica che oggi dovrebbe seguire il movimento è quindi chiedere democrazia borghese. Sembrerà una contraddizione ma è l'unico passaggio obbligato per poter riaffermare concretamente il nostro obiettivo di cambiare il mondo.

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Un Giornale Pluralista, Democratico e, quindi, Rivoluzionario!

di Antonio Mucci

Penso che dovremmo fare un giornale di opinione che discuta e faccia discutere, autogestito e autofinanziato, senza comitato di redazione, tutti lo siamo. Pubblicherei gli articoli senza lettura previa, essendo pienamente libero sia l'argomento che il contenuto. Dividerei gli spazi in parti uguali per un principio di uguaglianza e di giustizia.

Per esempio: ci sono 10 persone che scrivono, si possono fare 10 articoli di una pagina l'uno. Penso che il nostro dovrebbe essere un giornale pluralista, democratico e, quindi, rivoluzionario!

C'è un detto popolare che dice "sono tutti uguali!", in riferimento ai parlamentari ed ai partiti istituzionali. Secondo me è vero perché in questo aspetto essi formano un blocco unico, monolitico, in difesa del potere e dei propri privilegi. Il pluralismo e la democrazia che vengono tanto sbandierati e strombazzati ai quattro venti, nella società attuale non esistono. Essi vengono applicati soltanto in rapporto con le merci e il profitto, non con la totalità delle persone.

Tutti coloro che pensano ad arricchirsi, fare carriera, diventare "famosi" sono riconosciuti ed ammessi in forma pluralista, ciò in tutte le forme più varie del perbenismo ipocrita, dell'immoralità e della violenza. Coloro che la pensano in modo diverso o contrario vengono emarginati, perseguitati o repressi. Allora, come si può parlare di pluralismo? Il vero pluralismo si può attuare soltanto con la piena libertà delle idee, per questo io penso che sul nostro giornale dovrebbero potere scrivere tutti: rivoluzionari, riformisti, liberali, cattolici, musulmani ecc. ecc.

Penso che le idee siano tutte giuste e rispettabili. Diventano tutte ingiuste e non rispettabili quando vengono fatte proprietà privata da qualcuno o da qualche organizzazione o Stato e ci si costruisce un potere sopra.

Piccolo o grande che sia, sempre un potere e come tale rifiutabile.

Il pluralismo basato sugli esseri umani e la loro piena e libera espressione obbliga al rispetto reciproco e alla democrazia diretta.

Penso che noi possiamo operare con questi principi perché non siamo legati dall'interesse economico, la finalità del giornale non è il profitto, come nelle aziende editoriali. Perciò dobbiamo stare attenti all'individualismo nelle sue svariatissime forme (rivalità "capetti", senso di piccolezza, impazienza nell'ottenere risultati ecc.).

Quando parlo di democrazia, mi riferisco alla democrazia diretta teorizzata da Marx, dopo l'esperienza della Comune di Parigi del 1871. Lo spirito della democrazia diretta ci permette non solo di evitare il Comitato di redazione ma di agire nel massimo rispetto dell'altro, preoccuparci che l'altro possa dire e scrivere le sue opinioni in piena libertà, anche se completamente differenti dalle proprie, preoccuparci che le decisioni siano prese in forma collettiva, libera mente e rispettate. anche se non si condividono.

Un giornale che si rapporta al proprio interno sulla base del pluralismo e della democrazia, come spiegato sopra, è portato ad interessarsi della gente ed a tutto ciò che si svolge fuori e contro le istituzioni, naturalmente nel pieno rispetto di coloro che vi credono.

Un tale giornale, secondo me, di per sé è rivoluzionario.

Questa è la mia opinione: una delle tante !

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Intorno al pluralismo

di Enrico Santangelo

Vorrei tentare il mio manifesto sul pluralismo e la circolazione delle idee all'interno di un dibattito politico intorno al comunismo, ma mi accorgo che quest'intenzione - intesa come pura possibilità, al di fuori cioè di una strategia attiva - rischia di ridursi ad una questione di intellettuali. La necessità cioè che dibattito e libertà di analisi avvenga comunque all'interno di una struttura organizzata e capace di interagire nella società - che io continuerei a chiamare 'partito', e forse in questo definirei 'rivoluzionario' - diventa irrinunciabile.
'Ma il partito c'è - verrebbe sicuramente obiettato dalla sinistra istituzionale. E allora, più che ricomporre l'abbecedario di una serie di giusti principi sul diritto di partecipazione, di confronto, dibattito e quant'altro appartiene ad una retorica di sinistra puntualmente smentita nella gestione interna dei partiti comunisti, ricorderò una vicenda interna a Rif. Comunista - risalente alla campagna elettorale del '94 - che la dice lunga quanto a pluralismo. Il Circolo 'L'altra cosa' di Loreto Aprutino, nel quale militavo, fu sottoposto al collegio di Garanzia (in pratica subì un processo interno) per aver messo in discussione certe scelte elettorali del partito, relativamente alla partecipazione al cosiddetto fronte progressista. Riporto testualmente degli appunti di allora, e mi scuso per l'approssimazione di certe espressioni. Le aggiunte in corsivo tra parentesi sono di spiegazione del contesto di allora; cito inoltre solo i nomi propri dei compagni.

Capi d'imputazione:

1 - (i compagni) non hanno partecipato al fronte progressista
2 - hanno rifiutato il volantino di Saia (per "decisione ufficiale dei Circolo")
3 - hanno gestito la campagna elettorale in modo autonomo: aver convocato un compagno della Segreteria Nazionale (Marco Ferrando) di per sé non costituisce una violazione, ma si aggiunge ai primi due punti, aggravandoli.

Interventi:

Giuseppe (chiamato a testimoniare): "sono andato alla riunione (tenuta a Zanni) per conoscere le divergenze avute nel congresso. Ho fatto il mio intervento critico, facendo una serie di obiezioni politiche, ma non ho sentito posizioni contrarie alla campagna elettorale (si è parlato di fare una campagna elettorale anche per Torlontano).
Ero incaricato di portare del materiale a Loreto, sono passato e ho visto i compagni che hanno insistito di restare per chiudere la campagna elettorale; i compagni non dicevano le stesse cose mie, ma s'è detto di votare per Torlontano. Il rispetto delle regole ci dev'essere, ma credo che ci deve essere una certa oculatezza".
Sandro (del Circolo di Loreto) chiede chi ha sollevato questa questíone e sulla base di che cosa.
Risponde Carla (del collegio di Garanzia): "la prima sollecitazione e'è stata nel corso del Federale; verbalmente ci si è riferiti al collegio di Garanzia perché approfondisse questa cosa".
Antonio (del Circolo di Loreto): "è stata una richiesta personale e individuale del presidente e del segretario?"
Carla: "sì, penso. Lui ha rilevato delle cose e ha invitato collegio di Garanzia a prenderne atto".
Antonio: "con un atto volgare D'Angelosante (allora presidente provinciale) ha offeso gravemente un membro del Nazionale (Ferrando) come 'uno che dice delle cazzate'. In questo ha offeso anche venticinquemila iscritti che aderiscono alle sue tesi. Se la richiesta al collegio di Garanzia è stata rivolta verbalmente, a questo punto dobbiamo altrettanto verbalmente esporre alla vostra attenzione questo fatto grave".
Carla: "c'è una richiesta scritta al collegio di Garanzia".
Sandro: "D'Angelosante ha affermato che io avrei rifiutato i volantini di Saia. Questo è falso. Il sabato che c'è stata la cena a Penne, mi ha telefonato Angelo (Di Rosa) dicendo che avrebbero lasciato il materiale al bar del paese. E quel materiale abbiamo distribuito.
Antonio: "quello di cui ci siamo rifiutati è stato di andare al comitato politico dei Progressisti" (Antonio spiega le ragioni politiche di questa posizione) : "noi stiamo indagando sul gruppo del PDS di Loreto. Il sindaco Nobilio si appresta ad un'alleanza col PPI. Se il partito intende proseguire su questa strada noi prenderemo in considerazione l'ipotesi di andarcene" (segue esposizione della linea politica del Circolo).

L'incontro 'infame' con Marco Ferrando, tenutosi a Zanni il 19 marzo 1994, che fu oggetto di indagine disciplinare interna solo perché muoveva 'non a favore' (anche se non esplicitamente 'contro') del fronte Progressista (e si ricorda come per il comizio a Loreto il candidato provinciale per il partito Saia prendeva accordi con la sede del PDS e non con i compagni di Rc), ebbe più o meno questi contenuti, perlomeno come sinteticamente i miei appunti li hanno registrati.

Ferrando: "un partito comunista come Prc non ha mai fatto un'analisi storica e ideologica per chiarirsi sui luoghi strategicí della proprietà, dello Stato. È un partito che si adatta alle circostanze in modo mutevole.
L'alternativa è fuori l'apparato. Occorre tornare a parlare di come attuare il comunismo, non basta rivendicare tout court una presenza comunista".
Mio intervento: "c'è incertezza in alcuni termini:
- 'rifondazione' (ha due significati, uno per gli extraparlamentari, uno per quelli del Prc)
- 'partito' (inteso in senso democratico-borghese o in senso rivoluzionario)
- 'capitalismo' (occorre capire il suo nuovo significato, la sua ultima fase di ristrutturazione)".
Ferrando: "la carne al fuoco è molta. Ciò è probabilmente dovuto alla mancanza di dibattito nel partito: al di là delle esagerazioni di tono il problema di questo partito è di riuscire a ricollegare la scadenza elettorale per darsi un senso. Il fine vero è la costruzione di un partito comunista rivoluzionario. Avvertiamo la crisi del riformismo - in realtà non c'è nessuna esperienza riformista (mancano gli spazi sociali ed economici) e va ribadita la crisi storica della socialdemocrazia -. In passato le riforme della socialdemocrazia hanno avuto solo il valore di stroncamento delle spinte rivoluzionarie. Oggi non ci sono nemmeno le riforme. Si assiste semmai oggi ad un paradosso: le privatizzazioni di Berlusconi appaiono riforme rispetto a molti lavoratori; la colpa è anche della mancanza di un partito rivoluzionario. Attualmente rifondazione comunista non è in grado di avere questo ruolo rivoluzionario".

Per la cronaca, il Circolo di Loreto non fu chiuso - come si minacciava di fare -, ma spontaneamente i compagni sono gradualmente usciti dal partito di Rif. Comunista. Eppure fu, quella di Loreto, un'esperienza esaltante di militanza e di dibattito libero, in cui l'assemblea era sempre sovrana, in cui si decise - 'unicum' nell'esperienza amministrativa della sinistra locale - la rotazione dei compagni eletti nel consiglio comunale, in cui non si esitò a muovere contro le pastoie delle giunte pidiessine vendute agli interessi clientelari e promotrici tra l'altro di iniziative ambigue come l'intitolazione di una via al gerarca fascista Acerbo (contro questa sinistra - ahimè - ci si dovrebbe oggi confrontare!)... un'esperienza esaltante, dicevo, che gli organi dei partito lasciarono morire, con buona pace dei pluralismo.

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Una post esistenza 2000 di Pescara

di Antonio Cilli

Oramai vivo su una dimensione spazio temporale da isola senza felicità, per effetto della solitudine dovuta ad un meccanismo di estraniazione dell'altro da sé, cioè dalle altre persone che forma il completamento naturale del bisogno di socializzare gli affetti da sesso maschile ad altro sesso femminile o con l'altro de proprio sesso e vivo questa sensazione con l'alienazione di una modernità in corsa verso il non si sa quale benessere economico e vivo la rottura di quelle dinamiche d'equilibrio tra gli elementi naturali complementari dell'umanità oramai in continua violenza d'immagini di questa società-merce e mercificante qualsiasi cosa anche la sola idea.
Non aspetto più niente di positivo da questa società cosiddetta civile. Anzi, in modo pessimistico penso ad un ulteriore imbarbarimento dei rapporti di comunicazione basati sempre più sulle apparenze; questo sistema si regge solo sulla rappresentazione dell'immagine dei reale ma senza più contenuti, il vivere è divenuto spettacolo a pagamento.
Tutto ha un prezzo, tra non molto matteranno anche a pagamento l'aria che sempre più inquinata respiriamo, visto che non tutti nelle città si possono permettere bombole di ossigeno. Anche nascere, mangiare, dormire, morire... è divenuto spettacolo oggetto dei mass- media e tutti i bisogni materiali come il diritto al riposo, all'impiego o al lavoro, all'abitazione, al divertimento, al gioco vengono sfruttati dal mercato globale, per cui si assiste impotenti a questa specie di fiera continua in ogni parte del globo; l'industria diventa sempre più diffusa come meccanica di qualsiasi forma di produzione compresa quella culturale e il mercato amplia la sua riproduzione con induzione verso sempre ulteriori bisogni d'avere non per essere ma per altri materiali e mezzi sempre più da consumare.
La persuasione occulta vige in tutte le latitudini e in modo evidente influenza nuove generazioni in conflitto con la propria condizione di momento storico e che di conseguenza rifiutano l'ambiente naturale del proprio luogo ed invidiano quelle poche persone più fortunate che vivono nella civiltà occidentale oramai fortemente inquinata ed invecchiata ad ogni livello, sia nella natura dei territori, sia nell'aspetto culturale e in tutti i campi dell'esperienza umana.
Ripensare all'integrazione tra città e campagna, tra zona nord e zona sud, tra occidente e oriente è necessario per il riequilibrio demografico, siamo noi che dobbiamo andare a vivere nei luoghi geografici meno densamente popolati ed adattarci alla natura antropologica. Rinnovare questa umanità a cui mi sento di appartenere come individualità diversa con la mia storia e con il mio bagaglio di filosofia d'essere e di esperienze. Per questo creiamo nuovi centri di aggregazione in lotta per un nuovo futuro di speranza nella giustizia sociale, nell'uguaglianza e nel ritorno a spiriti liberi.
Un fraterno abbraccio ai lettori.

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Libertà: una parola bistrattata

di Paolo Canù

Considerate una stanza, un ampio monolocale senza finestre e quindi senza luce, buio. Ora immaginate uno sgabello che si trovi al centro di questa stanza e ponetevi sopra una candela. Accendetela. A questo punto provate a pensare quanta luce riesca ad emanare e quanta parte di questo grande spazio chiuso e senza aperture verrà rischiarata. Poca parte. La tradizione politica e filosofica che precede la nascita della Democrazia Cristiana fu in un'epoca lontana (la metà del XIX sec.) rappresentata da preti, cardinali, esponenti dell'alta borghesia e proprietari terrieri che facendo la loro comparsa si arrogarono il diritto di diventare "riformatori": la candela poc'anzi descritta dà la misura di quanto furono capaci di illuminare la scena politica: poca cosa. Esponenti del pensiero politico liberale cattolico travestiti più in là in saggi difensori della causa dei deboli, quasi dei socialisti. Questi furono i precursori della D.C. nel XX secolo. Un compromesso squallido opportunistico nato dall'intenzione più retrograda e massonica di frenare il progresso della civiltà umana fortemente lanciato verso l'emancipazione, l'uguaglianza e le libertà civili. Fu così che preti, nobili e altri personaggi della cultura inneggiarono a qualcosa che in realtà era una tiepida brodaglia piccolo borghese, meschinamente in attesa di un processo politico che ci avrebbe regalato poi i fascismi di franchista e mussoliniana memoria. Questa era ed è la CONSERVAZIONE. L'ignavia, la vigliaccheria, la voglia di delegare, costruire un mostro di potere e lavarsene poi le mani magari con un po' di sangue e risfoderare in un secondo momento la "pietas cristiana" nell'atto di dare l'estrema unzione per benedire i giovani operai e contadini crepati in qualche loro sporca guerra. La poca luce di quella candela ci mostra quanto poco interessasse le intelligenze di quei pensatori la questione sociale. Oggi si sente frequentemente usare termini quali libertà, "casa della libertà", libertario da parte degli esponenti eredi di quei fascismi e di quel perniciosissimo pensiero moderato nato nell''800. Berlusconi, Fini, Casini, per tacer d'altri, stanno infarcendo le loro bocche avide di potere con parole che non gli appartengono ripetendo così quanto è già accaduto.
Barano, truccano le carte ed è l'ambizione personale a muoverli. Lo scudo crociato dei democristiani ha avuto per anni e anni la scritta latina "Libertas" stampata impropriamente in verticale sul simbolo di uno dei partiti più mafiosi e corrotti della storia politica italiana. Non c'è niente da fare, l'ipocrisia sembra il pane quotidiano di un'ampia fetta di quest'Italia che preferisce ancora il fioco lume della candela alla sana forza di un bel falò davvero libertario...

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NOI SIAMO COMUNISTI


Siamo comunisti per il fatto
Che pur ben piantati nel presente
Ci spingiamo nel buio del futuro
E lo tiriamo a forza nell'oggi
Siamo comunisti per il fatto
Che anche camminando sul velluto
Sentiamo il ritmo del mare montante
E andiamo oltre e non ci nascondiamo dietro
Siamo comunisti per il fatto
Che pesati i pro e i contro
Ci ritiriamo lottando in coda
E dopo di slancio correremo avanti

Mosca 1923 Vladimir Majakovskij

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